sabato 6 marzo 2010

Susanna, Frammento 59


Qualche anno dopo quell’incontro romano io stavo in Calamagna, ospite del cognato e famiglia, nonché commissario di filosofia alla maturità scientifica del paese di Boccalino, a pochi chilometri da Letizia Marina, luogo di residenza dei cognati. La cognata (come ho già ricordato) s’era messa in testa di riprendere gli studi universitari interrotti anni prima, e mi chiedeva spesso di spiegarle, registrando, certi argomenti più o meno asprigni. Stavamo in una sala del primo piano della loro “grande casa” (suggestione verbale da letture recenti, ma niente a che vedere con ...le “grandi case” cinesi di Pearl’s Buck), e io dipanavo la sillogistica aristotelica, con tanto di dettagli su “schemi” e “modi”, depositando la mia (non proprio paradisiaca) voce sul nastro magnetico, quando sul “terzo modo della prima figura”, il Darii, picchia un fulmineo tamburo di nocche sulla porta interna avvolto e travolto da un lampo di vento. Il tutto in due secondi, e piomba in sala la nipotina, cellulare in mano e luce di sorridente malizia negli occhi: “C’è una signora che telefona dalla Salerno-Reggio e cerca del professore Paolo Assaggi”. Salto su, punto da una non vaga sensazione di presentimento: “Come t’ha detto che si chiama, la signora?” Mi stuzzicava il cervello l’idea che la nipotina, già signorinella, e non ignorando il nome di Susy e relativo contesto, ben noto alla famiglia, avesse taciuto il nome per godersi la mia risposta emotiva e l’immancabile domanda. Accentuando quel sorrisetto, e spargendolo su tutto il bel visotto paffutello, rispose: “Mi pare che si chiami Susanna Castrato. Ma forse non ho capito bene”. Salto su, senza sottrarmi del tutto al gioco: “Hai capito benissimo, birbantella!” Mi passa il cellulare e rispondo, non senza un tremito nella voce e un turbinio di umori per tutti i canali, grandi e minimi, del corpo squassato. “Sono Paolo Assaggi, sei tu Susy?” Dall’altro “capo”: “Oh, che piacere risentirla: sì, sono io, sto per arrivare, diciamo fra un paio d’ore al massimo: possiamo venire a farvi una visitina?” “Ma certo, come no! Ti passo mia cognata”. La quale, agitata da più conscia malizia, non vedeva l’ora di blablare su quel telefonino.
Parlarono pochi minuti, le due dame, e si confermarono promesse e inviti. Susanna ricalcolò le probabilità del tempo frapposto tra quel contatto tecnologico e la reciprocità incuriosita della presenza corporale e corresse in parte la prima indicazione: fra un’ora e mezza-due ore. Il bel dialogo con il Maestro di color che sanno subì uno scompiglio dal quale tentai di risollevarlo, con successo soltanto parziale. Ma bisognava, al punto in cui si era giunti, concludere almeno l’esposizione della logica. Non era necessario esaurire la noiosa tiritera dei modi di tutte e quattro le figure sillogistiche: bastavano i quattro della prima, e pochi esempi di applicazione. La cognata ascoltava con diminuita attenzione, e fremeva d’impazienza: diversa dalla mia, ma di comparabile intensità, chiedendosi quali novità potesse recare quella visita piombata sul nostro routinario quotidiano come il proverbiale fulmine a ciel sereno.
Era trascorso un altro decennio dall’ultimo incontro calamagnese (ma solo qualche anno da quelli romani). Rivederla nella cornice ambientale della nostra love story, questo, sì, era un vero ritrovarsi. E sia pure mutilo e deformato. Quelli romani erano una specie di para-incontri, un’imitazione approssimativa. Non privi, certamente, di un loro fascino, no, perché nell’Urbe venivano a congiungersi, in qualche modo (il solito modo memorial-sentimentale dell’amarcord introverso) le tre-quattro storie del mio ultimo quarto di secolo in love. Come ho già sospeso a un fugacissimo cenno precedente. Ma Susy doveva stagliarsi nel glorioso rilievo della singolarità incomparabile: e per questo ambizioso target [sic] occorreva la magica mitica tragica Calamagna jonica. O meglio, quel tratto che pullula di pulsanti ricordi.
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L’impatto “olistico” con Susanna fu un fiotto di emozioni compresse: l’uomo al suo fianco non mi impediva di vedere ascoltare baciare sulle guance odorare (stavo per scrivere sniffare) e stringere mani, ma filtrava quelle sensazioni ed emozioni. Che ne venivano alquanto mortificate. Compresse, appunto. La prima fase dell’incontro si esaurì nelle reciproche informazioni sulle rispettive famiglie. Susanna parlò delle figlie, la maggiore incredibilmente già laureata in medicina e in via di specializzazione neuro-psichiatrica, la seconda diplomata in ragioneria, studiava economia. Notai che non accennò, in presenza degli altri, alle difficoltà e sofferenze della sua vita di madre separata con una figlia anoressica. Naturalmente, io assecondai il suo riserbo. Mia cognata, Luisa, parlò della sua “bambina”, ancora alle prese con gli studi medio-superiori, ne decantò gli ottimi risultati, e via elogiando. Quando rientrò il cognato, altri saluti e sorrisi e cerimonie. Luisa non si era sbilanciata con inviti e complicazioni, ma il capo famiglia sparò subito l’invito a cena. Indispensabile condizione per una chiacchierata espositiva esauriente del problema che, dopo lo scambio delle ritualità verbali, era affiorato come reale e ponderoso movente dell’inatteso evento: il signor Marco Crivelli, buon amico della signora Castrati, si trovava in difficoltà con la burocrazia di quel ministero che sappiamo e la buona amica Susanna, spremendosi il cervello in cerca di aiuto, aveva pensato al suo ex professore di filosofia e al suo intraprendente cognato come persone cui poter chiedere soccorso. In realtà Susanna non poteva aver dimenticato che il sottoscritto, alieno dalla politica attiva e militante, non godeva di fiorenti amicizie altolocate. Insomma, io le servivo solo da ponte per arrivare a mio cognato, del quale doveva ricordare le frequentazioni politiche (e forse anche le massoniche?). Certo, sperava, anzi contava, con tranquilla sicurezza, sul mio personale appoggio presso il fratello di Rina, tornata sua buona amica dopo le riferite tempeste degli anni ormai lontani. Così, anche il mio ruolo era necessario, e non secondario. Già prima di conoscere i dettagli del complicato impiccio, Salvo si dichiarò disponibile.
La cena fu grandiosa (come disse mia nipote). Salvo non badava a spese, quando si trattava di fare bella figura. Massime se con una bella donna. E ancora di più se la bella donna era stata così importante per il cognato sottoscritto, al quale non aveva mai lesinato comprensione solidarietà e, occorrendo, complicità. Dal ristorante di fiducia aveva drenato, via telefono, un menù ricco e vario, a prevalenza marina: pesci crostacei scampi e quant’altro di meglio, per qualità e freschezza, il noto locale potesse offrire a persona di riguardo e a famiglia amica. I due ospiti mostrarono di gradire qualità e quantità, e la serata si sviluppò in gaia armonia masticatoria e ciarliera. Volendo dettagliare, furono soprattutto l’amico di Susanna e mio cognato a onorare la traboccante cornucopia mangereccia. Il qui scrivente, come si conviene a un occasionale dispeptico di capacità gastro-enteriche forzatamente modeste, si limitò ad assaggiare questo e quello del “gran varietà”. E fu presto incapace di ingurgitare fosse pure un ultimo gamberino. Tre qualità di vino innaffiarono il simposio semi-pantagruelico: anche qui, con prevalenza decisa dei due buongustai appena elogiati. Io sorseggiai qualche centimetro cubo più del solito, tanto da contrastare con qualche successo la componente atrabiliare della vibrante ambivalenza in atto. Né mancai di saettare sguardi furtivi alla mia Susy ciacolante in spensierata allegria. La nipotina mangiò, anche lei, più del suo solito, ma ebbe netta preferenza per i dolci finali. E sono certo che il faro curioso del suo sguardo piccato, esplorando l’orizzonte prossimo, puntò più volte sulla direttrice zio–Susanna. Mi chiedo: chissà quanto del mio interesse sfuggito all’incostante autocontrollo avrà colto con birichina soddisfazione di cacciatrice fortunata. Ne avrà fatta esposizione e commento con la ciarliera mammina? Come dubitarne? L’unica, ma debole, incertezza sta nella domanda: ha iniziato la madre la “trattazione” dell’argomento? O la figlia?
Mangiando, si parlava della situazione tecnico-burocratica del Marco postulante via Susanna. Il cognato confermò di potere rivolgersi a persone di peso e fiducia. Ed era quasi commovente il brillio di libidine cratofila nei suoi verdi occhi da favola: se ne aveva, lui, di amicizie forti! La serata si concluse dunque con soddisfazione degli ospiti e dei padroni di casa. Il meno coinvolto nell’affare, cioè io, era anche il più “pensieroso”: pensavo che alla fine della serata eccezionale, ci sarebbe stato un seguito di letto dionisiaco per i due viaggiatori. E, in qualche modo, eccezionale anch’esso: paese nuovo, nuove condizioni alberghiere, e via segnalando. “Pensavo” questo invidioso dolore: “pensum”, peso. L’origine arcaica del pensare-pesare mi si accese nella mneme fisicalistica spontanea con perentoria pressione neuronale. Pensum, peso, appunto. All’occorrenza, dolore. Per me, solo la speranza di chiudere nel sonno propiziato dal buon vino e dalla nutriente cena d’eccezione le fantasie beffarde su quel “dopo” separato.
A meno che... Già: un folletto sgambettante in ilare danza tentò di sgonfiare un po’ la nube di malinconia: a meno che, insinuò ciarliero e benaugurante, l’eccesso dell’ingombro gastro-enterico, e un convergente effetto sedativo dell’ottimo vinello troppo bevuto, non abbiano fiaccato le forze operative del “rivale” fortunato. Forze che la sciagurata Salerno-Reggio (faticosa, la sua parte, e a quel tempo in fase di iniziale cantierizzazione non-stop) aveva pensato, di suo, a provare con severità. Lo speravo sinceramente. Magari nella species di un beffardo flop copulatorio. Un’erectio mancata? troppo breve? molliccia? Alla buona sorte la scelta del medium vendicatore. Vendicatore di che? Ma della mia dabbenaggine, passata e presente. E sia: ma le congetture filano. Sarà stata notte di riposo. Pronto a scommetterci.
Last but not least, mica si può dimenticare, come stavo facendo, quel bendiddio di veleni tabagici ingoiati nel vulcanico ingolfarsi delle stramaledette fumate. Confermo la scommessa. Ma disturbata. Che ne sapevo, io, della resistenza fisica di certe complessioni? Io, così esposto agli scherzi degli eccessi. Ba’. Convochiamo anche l’età del soggetto, che, dopotutto, non era più un giovanotto di trantacinque-quarantacinque anni. Poi un ghignetto allegramente sadico: e le altre notti del soggiorno?
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Quanto precede è l’espansione narrativa di un gramo appunto sulla pagina 27-28 giugno dell’agenda del compiuto decennio, anno dell’ultima mia avventura scolastico-esaminale nella Calamagna. La pagina, divisa in due metà, per il sabato la domenica, non poteva contenere più di quel forzato estratto fugace della registrazione mnestica interna, in sé fin troppo folta di vario materiale. L’agenda è un ritrovamento recente che mi consente di correggere e riscrivere la seconda parte di questo ricordo scheggiato dalla lontananza cronotropica.
Ho scritto “ritrovamento recente” Si impone una divagazione. Recente quanto? con quale referente di anno mese e settimana? quand’è che sto scrivendo queste righe? E quante volte le ho riviste e modificate? Quante ancora, e quali, torsioni subiranno nel prossimo futuro? Ma ecco lo scarno appunto agendale.

“Dies inaudita. Ore 17 c.: s’avviava alla conclusione una lezione sulla logica aristotelica che la cognata mi aveva chiesto di registrare per lei (non ben vedente) quando la nipotina L. ci porta il telefonino con una chiamata di Sa, l’Assente-presente in my life. Omissis. Verso le 21 era con noi. Purtroppo, con il suo “amico”. Veniva a chiedere aiuto al cognato per difficoltà nel suo lavoro. Sono rimasti a cena. Abbiamo trascorso una serata out of usual: piena di buoni cibi, vino e, ohimé, nicotina e catrame in fumo dannato. Fino a mezzanotte et ultra. Lei sempre chiacchierina, prorompente. Un po’ meglio della volta scorsa. Lui un po’ peggio. Quel loro fumare come diavoli!”
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Nei giorni seguenti Salvo contattò il primo anello della catena protettiva, il barone Macarì, noto proprietario terriero della Calamagna, Venerabile della locale Loggia (rito, Grande Oriente d’Italia), buongustaio della mensa e del letto, spregiudicato finanziere, politico di area repubblicana, già deputato al parlamento nazionale e a quello regionale. Il barone avrebbe consultato e attivato gli amici romani, i più adatti dei quali si sarebbero impegnati a concepire e attuare una strategia di contrasto sui nemici interni dell’amico di Susanna. Il cognato informò del movimento l’interessato in una sorta di preludio alla seconda grande cena di quell’estate. Stavolta, su invito dell’ingegnere Marco, che aveva prenotato nel migliore ristorante del paese. Fu un’altra serata memorabile, per me, che vivevo lontano da simili tentazioni ed occasioni. Ma ancora più che per la fastosa cena (dato il mio già denunciato consumo riduzionale di cibi e bevande), per il “preludio” che la precedette nella Grande Casa.
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Ecco la pagina dell’agenda-diario dell’8 luglio di quell’anno.
“Clou: il secondo incontro con Sa. Il suo Mensch und Herr va all’incontro per soli maschi massoni; Sa resta con noi (moi e cognata). Ad un certo momento, verso le 21,30, rimango solo con Sa. Mi racconta i suoi più recenti guai di salute e di vita. Di nuovo la cisti alla tiroide: dice che non si farà operare più (ha subito ben sette interventi, conteggiando i due cesarei). E la gola è bruciata dal fumo. Il padre soffre tanto per il tumore alla prostata. Omissis. Ripenso, da quel balcone-ballatoio dove si incontrarono lei e Rina, e da dove le vidi (ancora giovani, nel 198...) passeggiare da buone amiche ritrovate (lei confidava a metà la nostra intesa degli anni 60), al passato remoto e meno remoto; alle mie prurigini romanzesche, al mito Sa… Le confesso che cosa ha rappresentato per me, quanto ho scritto su di lei… And then I asked her for a kiss lips to lips…even light. She said that it would be dangerous. Why? It could be make up the ancient fire…And it should be dangerous for two persons…Stuffs! Ricordo anche la mia dolorosa rinuncia di allora; e lei precisa che tanto grande questa rinuncia non la si potrebbe proprio dire…Omissis. Più tardi, la cena: opulenta. Al Charlie Brown. Offre il suo man. Ero senza digestivi. Pazienza. Sa allegra. Si vive così, fra la dolorosa coscienza e l’oblio “terapeuta”. Dice (mi aveva detto quando eravamo soli nello studio, e poi nel salone del cognato) che vorrebbe lasciare lui per smettere di portargli jella. Ricorda che aveva avuto corteggiatori ricchi e li aveva sempre respinti. Rimpiange di non avere scelto un partito del benessere sicuro e senza problemi. “Tanto, sono finita sempre così” Eh, sì, sei jellata cara la mia Sa. Che tristezza! Ma non credo a quel rimpianto: troppo pulita per quella vendita.
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Questo lo scheletro narrativo di quella serata ricca: di emozioni e parole, ricordi e confessioni. Ma pure di omissioni. Bisogna che attinga al serbatoio mnestico interno per appiccicare un po’ di carne allo scheletro poco coperto.
Quando la cognata si allontanò dallo studio lasciandoci, così, soli (la nipotina stava fuori con le amiche) ci furono le confidenze di Susy accennate nel diario, e poi le mie, meno condensate delle sue e attente ai punti chiave della ruminazione introversa sulla nostra (e soprattutto mia) avventura.”Soli eravamo e sanza alcun sospetto”. E’ pur vero: non avevamo in mano nessun libro galeotto, ma dentro i cervelli ferveva un brulichio di memorie remote, che il sottoscritto immaginò di uguale temperatura nei piani alti (e bassi?) dei due corpi. Leggevo, in fondo, io, il libro virtuale delle mie memorie. E parlai, traducendo a sprazzi da quei quaderni, a una Susanna attenta e lusingata; dissi il mito ch’era stata nella mia esistenza scomposta e complicata, non garantita abbastanza negli affetti da un vicendevole amore coniugale. Le parlai dei miei diari segreti, del cassetto sotto chiave in cui depositavo emozioni e pensieri legati a lei, profumai di languide gardenie questa seconda vita sotterranea, alimentata, per un paio d’anni, dalla nostra reciprocità desiderante e sottostanti furtivi contatti consumati largamente e variamente minacciati. E poi, dopo l’infausta sua “fuga” senza ritorno, dalla sofferenza dell’“abbandono”. Bruciante sofferenza, con estrema difficoltà contrastata, perfino ricorrendo a un palliativo ambiguo: parlare di lei con Rina, sia pure criticandola insieme alla famiglia. Un mezzo spinoso per sentirmi in qualche modo vicino all’Assente, che da lontano mi tormentava: con i suoi silenzi, le sue promesse non mantenute, le sue bugie (o mezze bugie) sulla salute che ne ostacolava il ritorno. E perfino con le novità seduttive di quel soggiorno-destino, le nuove conoscenze, l’accoglienza calorosa, e via graffiando. Non le nascosi neppure che speravo di fare un romanzo della nostra vicenda. Sì, lei ascoltava con lusingata attenzione, probabilmente frastagliata di flash memoriali. Alla confessione, finalmente libera dopo ventisei anni di quasi totale silenzio sul vibratile tema, seguì quel mio tentativo di strapparle un bacio lips to lips. La sua reazione l’appuntai in inglese per il solito timore di un eventuale (ma così poco probabile, invero) incontro dei begli occhi di Rina con quelle righe rugose. Anche quell’inglese è uno scheletro, ma avrei poco da incollarci ad augendum. Susy temeva di far torto a due persone, Rina, la cui amicizia non voleva più tradire; e Marco, che era tanto buono con lei. Io dissi “sciocchezze”, ma non ebbi tempo di organizzare una replica saldamente motivata. E cioè, (sottinteso) meglio attrezzata per fare breccia sulla...roccia. Che poi così rocciosa non era se potè avvolgere il rifiuto in un dolce sorriso di ostentata saggezza e disse che era meglio di no, che ormai la nostra storia apparteneva al passato, che era preferibile non risvegliare sopiti fantasmi facendo torto a vive presenze corporalmente assenti, ma non perciò meno reali e titolari di diritti. E nominava Rina, l’amica pluritradita, alla quale, disse, le rimordeva di avere rifilato mezze verità e grandi omissioni. In conclusione, il bacio non ci fu. E forse ne mancò il tempo di maturazione operativa, visto e considerato che la cognata ritornò in sala prima del previsto poco vagamente agognante. Comunque fu un vuoto opaco della luminosa serata. Una specie di sberleffo, anche, per Paolo e Francesca. Non solo non ci furono mortali trafitture di infernali metalli, ma anche “quel giorno più non vi leggemmo avante” sarebbe una bugiarda violenza all’alta poesia del Massimo: via telefono, qua e là, il “vibratile tema” fu toccato, “riletto”, sia pure per cenni.
Non trascorsero, davvero, molti minuti prima che ritornasse la cognata. Che forse ci aveva lasciati soli spiandoci per cogliere sviluppi piccanti di quell’occasione ghiotta. Era il tipo da farlo, e lo aveva fatto più volte, nel recente passato, a danno e scorno del marito farfallone, che più d’una volta aveva sorpreso in flagranza di fellonia galante. Sì, era diabolica la piccola polputa Luisella ciarlona. Difficile dubitare che anche in quell’occasione non abbia ascoltato nascosta le nostre parole. Almeno in parte. E magari, quando avrà sentito che Susy non mollava il bacio invano propiziato da tanto amarcord, decise di rientrare. In sintesi: non c’erano le condizioni per un sia pur piccolo strappo, necessario, pur sempre, di quel contrattacco convincente che mancò: né di spazio né dell’altro polo del… relativistico cronotropo! Ci fossero state (così prova a dettare, non sappiamo se la vanità o la perspicacia), lei, certamente, no, non mi avrebbe negato quel bacio per troppi anni desiderato nell’interminabile digiuno. Vanitas vanitatum...
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La serata al ristorante mi vide seduto di fronte a Susy, e io mangiavo gustosa materia di cibi molteplici: paste e carni e pesci e via moltiplicando con bocca mediocremente dentata; e con avidi occhi, vanescenti ma non meno ghiotti ectoplasmi: di viso seno movimenti e mimica loquace dell’ “antica” Susanna ragazza, nella nuova e “vecchia” ancora vistosamente reperibili. Avidi, sì, i miei occhi affaticati dal troppo leggere e scrivere: quasi volessi farmene una provvista per i lunghi anni del digiuno prevedibile. Ma in verità, non previsto, poi, di tanto lunga durata. Fui tentato di fare piedino, ma mi frenai, non trovando la cosa compatibile con la mia età e posizione (sociale e conviviale).
Si fece tardi, consumando e parlando: non più di affari, argomento già esaurito nel preludio, ma di cibi luoghi usanze e cucine locali e politica. Mi pare di ricordare anche una passeggiata finale (dopo la mezzanotte) sulla vicina, sconfinata spiaggia di sabbia e minuto ciottolame levigato. Ma credo che il deambulo si sia svolto quasi tutto sull’asfalto usurato del lungomare e le sue banchine di cotto. C’era la luna? Non la trovo nel rabberciato ricordo dell’agenda.
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La pagina del 9 luglio ospita ancora un cenno a Susanna. Anzi a lei e a Didia, e dunque a quell’area dello spazio-tempo che la dea Mneme custodisce sotto il segno della mitologia umana troppo umana del mio privato cosmo-poetico. Trascrivo la pagina.

Levata, ore 6 circa, a causa della cena pesante di ieri sera. A scuola, due esami di filosofia: una bene e una mediocre. Serata: cena all’Hotel President, offerta dai proprietari, i coniugi Giovanna Diamante (Gianna) e Dario Mammoliti. La cognata, all’ultimo momento, dichiara forfait: non viene. Dice di sentirsi male. Andiamo io, il cognato e la figlia Lorella. Compriamo 9 rose per la signora Gianna, color rosa pallido. Pago io: lire 27.000! Avevo già speso 7000 di Essen. Di questo passo sarò sotto, anche rispetto a un’eventuale spesa (ridotta) d’albergo (quello dove figuro alloggiato per gli esami in corso).
Menu: tagliatelle al salmone, spaghetti alle vongole, antipasto con prosciutto crudo di vario tipo, salmone e limone; secondo con pescespada, gamberi, eccetera; frutta varia, vino bianco siciliano, amaro di varia marca, a scelta… Tanto bla bla su ovvietà: figli, nipoti, ecc.. Sandrina, la maturata sprint dell’anno scorso, ha fallito la sua prima prova universitaria. Mi ricorda sempre Silvana. Era elegantissima. E’ venuta a cena finita, mentre sorseggiavamo l’amaro, sotto la tettoia, seduti davanti allo spettacolo di animazione.
Sono venuti , rientrando, anche Sa e il suo hombre. Il quale le aveva appena comprato un abito, spendendo salato! Soliti casti Küße auf die Wangen e presentazioni. Alla fine rivelo a Sa che la proprietaria dell’albergo è sorella di Didia, la sua compagna di classe. Grande svelamento: Gianna si ricorda di Sa (“ mi dicevo: ma io l’ho vista prima d’ ora…!”). E giù con i ricordi (Adele Tallario, Stella Cirunzo, ecc.), i pettegolezzi su di me e le alunne preferite. Fumo un’altra sigaretta e bevo ancora. Saluti con Küße alla fine (ore 24). A casa. Leggo un po’, mi viene sonno, spengo. Ps. Parlato di Didia con Gianna. Mi dice che il figlio alla maturità ha risolto tutti i quesiti di matematica. Ha avuto 10!
In testa al foglio, a parte: Tel.ta a Rina. Disdetto, a causa di ricor., invito a cena da Frag.ni

Dunque, ancora Sa, cioè Susy. Con pieno gradimento, al primo inatteso impatto (non sapevo, forse, che alloggiavano all’Hotel President). La paginetta rastremata mi riaccende la fiammella emotiva dell’epoca remota: i Küße auf den Wangen ebbero il soffio bramoso del solito registro. Il pieno gradimento si raggrinzò un pezzetto alla notizia dell’abito costoso in campo: io non avrei potuto fare mai un tale dono alla beneamata. Tutta la mia cultura e bravura era e sarebbe stata sempre esclusa da tanto riscontro. Miserabile Stato e vacca società del santo Capitale. Umiliato? Sospiro. Un sospiro che annuisce. Ancora, dopo trentacinque anni? Ancora. Ma con le sottrazioni imposte dal cumulo di Crono sulle spalle.
Ghiotto anche l’amarcord su Didia, Adele, Stella, Mimma, le compagne confidenti, la scuola, quel tempo perduto ripollante dal sottosuolo del limbo mnestico. E il gossip, i cari e temuti pettegolezzi sul mio conto e persona e predilezioni pupillari…Tutto saporito, il pasto che si sommava all’altro, che forse ne faceva il digestivo appropriato. Didia. Sapevo di questo suo figlio prodigio. L’avevo conosciuto bambinello di sette-otto anni, in un viaggio con Rina e Manuela, ospiti di un amico e collega rimasto vedovo, e del suo unico figlio di dodici anni. Didia s’era rallegrata con noi del fanciullo super. Aveva anche una bambina, di qualche anno più piccola del maschietto, e rivedo una tenera scenetta balneare: il bambino dell’amico Beppe Cavalli e la bambina di Didia sdraiati, i loro teneri corpi vicini e innocentemente attratti, curiosi l’uno dell’altro, sulla sabbia assolata della spiaggia jonica calamagnese. Fortunata, la maestrina Didia, con la sistemazione borghese: un marito fisicamente gradevole e innamoratissimo, due figli benedetti dagli dèi. Me ne compiacevo per lei con la sorella Gianna. La quale era alquanto bella e più sexy della magrolina Didia, anche lei fortunata nel matrimonio, un po’ meno con la prole, forse troppo libera. La Sandrina venuta nell’albergo in svampante mise era la maggiore delle due figlie di Gianna. Viziate dall’eccesso di benessere.
Pur districandola dal cespuglioso intrico del suo adolescenziale contenzioso, stentavo a pensare Didia madre di un diciottenne maturando. Che oggi sarà un laureato, forse un ingegnere. Didia anziana: quello scricciolo in love col professore “troppo in alto.” Ma un pensiero ancora mi si sveglia da sotto il compiacimento per la fortuna sentimental-borghese di Didia: non era stata lei a confidarmi, in uno di quei dialoghi serrati, a voce e per lettere, che un difettuccio l’innamorato l’aveva pure lui? era un po’ “mammolino”. Come avrà curato questo handicap la brava Didia? Certo, lo stare lontano dalla suocera avrà facilitato il suo programma di nuora indipendente. Ma va a sapere i dettagli. Un punto certo: la destinazione romana, ottimo coibente.

Altri ricordi convitati nella stessa pagina: Frag. si completa agevolmente in Fragomeni, si tratta di una ex alunna, di gradevole volto e di corpo un po’ robustella, sposata, con marito vivente, e figli.
Non minore l’effetto magia mi formicola nell’interieur al contatto con queste pagine dalla frettolosa scrittura a penna nera, con questa agenda del ventiseiesimo anno. Della quale sono tentato di (anzi, costretto a) rileggere e qui trasferire la pagina successiva a quella della cena d’albergo: l’umore che ne trasuda è tutto interno alla bassa del “dopo festa”, alla sua psico-fisiologia.

Luglio / 10 / venerdì.
Levata, ore 5,30. Pass.ta – caffè offerto. Scuola. Oggi, 4 “filosofie”: tre scarsi e una ottima (Letizia Marando). Cognato e famiglia a Me. Per controllo oculistico. Su e giù con l’umore. A volte, voglia di chiudere. Tutto e subito. Voglia di apocalissi indolore per tutta la baracca planetaria. Anzi, cosmica. – A scuola, oggi, seguito esame di francese.- Confidenze con la graziosa collega, Marisa Catenota: i miei studi e scritti di letter. francese, i suoi dubbi prima di accettare la nomina a commissario (per via della letteratura, che lei non ripassava da dieci anni: insegna al tecnico; ecc.). Qualche mia battuta durante un infelice esame di filosofia (messaggio scritto, con successo umoristico). Passaggio in macchina: da Angela. Che oggi era vestita con spropositata indecenza: da una gonna aderente e corta traspariva lo slip e le cosce e il sedere abbondante…

La pass.ta è la consueta passeggiata supermattutina sul lungomare, con lo show dell’aurora, il caffè al bar Miramare o in altro locale degli impianti balneari sparsi lungo l’immensa spiagga. Offerto, significa che qualche amico me l’ha offerto: ma chi? Ah, saperlo! L’umore lugubre e altalenante non ha bisogno di ulteriori chiose: dopo la “festa Susanna” è normale risposta. Conversazione con la collega di francese, umorismo compreso: armi di distrazione di massa. L’imput, la graziosa giovane professoressa. I miei scritti di letteratura francese: a quell’epoca avevo già pubblicato, come “servizi speciali”, sulla terza pagina del quotidiano La Sicania due mini-saggi su Camus, due su Stendhal, uno su Flaubert (il mini è forse un po’ avaro: si trattava, in effetti, di sei o sette colonne per l’intera pagina, non ancora infetta dalla moda riducente degli ultimi anni). La diabolica Angela trasparente doveva essere la collega di educazione fisica: bel pezzo di gnocca. Starle seduto al fianco mi guariva dalla susannopatia incidentale. Cosa si dicevano queste vicinanze brillanti di malizia? La pagina non riporta nulla. E dire che non è esaurita dal poco scritto versatovi. La fretta che cassa i ricordi. Così non conservo un chiaro disegno del volto.
Striminziti anche i souvenirs dei giorni successivi, memorabili per spanciate para-luculliane su graziosi inviti di amici. Giorno 11 ospiti di un ex alunno del quale avevo esaminato con vero piacere la figlia Anna, bella ragazza ben preparata, di pronte ed esaurienti risposte: da Kant a Marx, da Hegel a Dewey… Video-scrivo la paginetta non priva di elementi titillanti in vari sensi:

Scuola. Nessuna candidata con filosofia, oggi. Però: tre su cinque scarsi e due accettabili. Nulla da certo Pal.ra. Siamo urtati. Il rappr. Chiarisce e peggiora: è figlio di mafiosii. Ci si incazza. Lo bocceremo?
Poi a pranzo da Cuzzaglia, insieme al cognato, che mi viene a prendere al liceo di Boc.no. Aria pura, silenzio, colline coperte di stoppie gialle sul declivio e di arbusti verdi e pini in cima. Cibi squisiti, abbondanti. Annaffiati da ottimo vino. Caldi di premure femminili: la giovane (sotto i quaranta) wife, le due daughters (15 e 18 anni) in shorts. Poi gita a Brunzino vecchio. E, icredibile dictu, salita fino alla cima della roccia incastellata, fino ai ruderi delle due stanze residue. Con rischio e stress. E che spettacolo! Al ritorno: ci ferma la polizia stradale. Solo un furtarello di tempo: qui si cerca sempre il mariuolo latitante. Omissis. E poi ci incontra il collega Mod.ri che mi portava doni… Serata in casa con la dolce Gioelina (Lina), ospite dei parenti. Lina è assistente all’università zanglese, facoltà di Storia moderna. Ha avuto una love story con un barone di cattedra, impostore e sposato. Finita (6 anni) con ”bruciature”. Ora è in forte crisi. C’è un tizio tira e molla.

Quel pranzo fu una delle esperienze più incisive di quella breve stagione congesta di eventi. Le tre donne, tutte e tre di gradevole aspetto e gentili, erano una squadra instancabile di cuciniere determinate a preparare e offrire il meglio in quell’agape d’impegno. Io ero, in quanto commissario alla maturità della figlia Anna, il motore un po’ mitico di tanto interesse, il cognato, in quanto, anche lui, ex professore del marito, un invitato di gradito complemento. Che giornata! Non sapevano cosa offrire alla mia limitata capacità ingestiva e digestiva. E al palato, disposto all’assaggio, sia pur frenato, di ogni leccornia e sollecitazione gustativa. Particolare non secondario: gran parte di quelle meraviglie del palato erano di rigorosa preparazione domestica. E precisamente, di prevalente impegno femminile, con perno operativo sulla madre delle due girls.
Gli altri cenni, più meno strozzati, gravitano sul clima locale di quell’esame. Il tizio che non rispose a nessuna domanda, o quasi, era l’avatar occasionale di un vizio regionale: alla ‘ndrangheta non si può dire di no. Qualunque sia il favore richiesto. Anche nell’inespresso del solo presentarsi. Il rapp. È il rappresentante di classe, il quale, illustrando di luce chiarificatrice la situazione, urtò, se non tutti, alcuni commissari certamente. Tra i quali, il più incazzato mi sentivo io. E forse lo ero.
Mod. è il collega di matematica Modafferi, che mi recava doni in casa del cognato, a Letizia Marina: un capicollo e del buon vino. A che titolo? Non ricordo se qualche suo parente o protetto fosse stato premiato da un buon esame. Ma il collega era anche tipo da fare regali a un amico forestiero per il solo piacere di donare e di leggere l’ammirata gratitudine negli occhi del fortunato.
Gioelina: ospite sulla mezza pagina dell’agenda per il suo charme discreto e attrattivo. La cognata ne lodava apertamente il fondoschiena “a mandolino”, io sentivo quella imspiegabile attrazione che si suole dire “attrazione delle pelli”. A parte il topos invocato, quel suo incarnato tra luna e albicocca mi attizzava abbastanza per un dialogo non epidermico. Anche se forzatamente strozzato.
La men che mezza paginetta della domenica 12 annota più che fugacemente un altro specialissimo invito a pranzo. Recita l’appunto:

Matinée solita. Poi, clou del dì: pranzo a Guardavalle, ospiti della famiglia Sapato. La figlia, Rita, ex alunna del cognato, è anche amica della moglie Luisa, ed è, come si suol dire, “di casa”. Salvo l’aiuta nelle materie universitarie a lui accessibili. Stamattina è stata qui. Siamo andati al suo paese con la nuova Punto del cognato. Si era in cinque, perché Gioelina è stata invitata, anche lei, da Rita. Prima del pranzo, un piacevole bagno (per me, il secondo della stagione). Mare calmo e pulito, spiaggia stile jonico-calamagnese: larga, lunga, comoda da stendercisi e godere il sole filtrato da un ombrellone smorza-furori. Dopo l’abluzione sal-iodata, una bella doccia fresca di acqua pura. Quanto di meglio si potesse predisporre per una festa del serpentone trofico: pranzo sontuoso (ancora uno!), con tante, perfino troppe, portate: antipasti con frutta di mare, ostriche, risotto ai funghi, gamberoni, spiedini di carne, e peperoni fritti e arrosto e ripieni, funghi e altro bendiddio che non ho spazio per ricordare. Dopo il grande torneo ingurgitorio, un assaggio di amaro locale (squisito), caffè (forte) e sigaretta (leggera), per me, cognata e Lina. Viaggio di ritorno: le donne sono andate per conto loro con Rita, io e il cognato siamo rimasti soli. E lui ha dato la stura ai ricordi galanti di fattura recente. Che faccia tosta.
A Letizia Marina, dopo la siesta, bicicletta con Lina e la nipotina. In serata, telefonata da Susy. Avevano fatto un buon viaggio, il suo Marco aveva appuntamento con gli amici del barone, e via notiziando. Ha chiesto di me, le ho parlato. Brividi fra le fibre nervose e muscolari. Qualche pizzicotto anche alle parti inferiori solleticate dalla sua voce leggermente, piacevolmente roca. Nonché “fraternamente” affettuosa. Dentro l’aura coatta dell’avverbio, il filo del prurito memoriale sottinteso.

La pagina del 13 luglio registra sensazioni distraenti dal collagene mnestico. Gioelina, contratta in Lina, vi gioca un ruolo di causa efficiente con le sue forme e il suo charme “solistico”. Trascrivo.

Solite ore 5.30-6.30. Passeggiata marina. Scuola: nessuna filosofia, stamane. Si fa vivo Seby Marano per la serata da passare insieme. Tanta Lina to day. Gesprächsubung a pranzo, con lunga coda salottiera, dopo il pasto. E tanta grazia visiva di ghiotta carne in esposizione innocente: up and down, de la poitrine jusqu’à les appetissantes jambes, insofferenti del caldo afoso. E’ sempre in crisi, anzi sempre più: tempo ed età di grandi decisioni e di correlate incertezze. Tra l’altro: andare in Brasile o no? Sera. Gran movimento in casa per lavori tra un bagno e l’altro, quello di lusso e il suo servo modesto, ma assistito da comoda doccia (l’ho usata tante volte in questo soggiorno di lavoro, che forse sarà l’ultimo della mia carriera). C’è stato anche uno scambio di specchi fra i due siti dell’intimità protetta.
Alle 8,30 p.m., io e il cognato Salvo siamo in casa dell’ex alunna Fragonemi, ospiti a cena sul di lei caloroso invito. Ci aspetta alla stazione di Boccalino il figlio maggiore, studente in legge, che ci porta a casa sua. Calda accoglienza dalla famiglia quasi al completo: lei, il marito (entrambi maestri elementari), i due figli maschi. La femmina è fuori con il ragazzo: l’antica “gelosia” dei genitori è un ricordo del passato quasi remoto. Si sfogliano i ricordi di scuola, le notizie sulle amiche e compagne. Cena varia, con ottima insalata di riso ricca di ingredienti e tante ghiotte piccole cose, spesso specialità della cucina locale. Una foto del 1959 mostra la sua classe, in quell’anno la seconda del biennio magistrale. Riconosco tante ragazze che ho trovato, tre anni dopo, in quarta, cioè l’anno finale del corso. Tra loro, la graziosa, mite sensitiva del primo banco, di cui non ricordiamo il nome, né io né Salvo né lei. Meglio rinnovabile il ricordo di altre, tra cui la Rina a quel tempo much in love with me. Io lusingato ma senza approfittarne troppo. Notizie giunte al cognato parlarono di un coinvolgimento indiretto della ragazza nei tragici fatti di Piazza Fontana. Si vociferò di un’ospitalità di Freda in casa sua, mediata dal suo ragazzo. Se la cosa è vera (e sembra di sì) me ne addoloro. Dice, anche l’ospite, che ne parlarono giornali e televisioni. Mi sembra strano che mi sia sfuggita una cosa tanto coinvolgente. Forse ero malato quando la notizia fu diffusa.
Abbiamo fatto tardi, e al rientro Gioelina era già a letto. Mi affaccio da solo sul terrazzino che sormonta e limita il giardinetto, e mi godo la luna piena che speravo di ammirare leopardianamente con lei.

Le note del giorno dopo appuntano il rientro di Gioelina nella sua città, un piccolo contorno di movimenti ed emozioni sull’evento, l’andamento degli esami al liceo boccalinese. Trasferisco qui sotto quelle note per un’integrazione non estranea all’Assente lontana.

Martedì, 14 luglio
Gioelina ritorna a Zancle: il cognato l’accompagna alla stazione, dove prenderà la corriera di Falarico che la porterà fino ai traghetti. Con lei, la cognata. Ero nel bagno quando sono usciti. Faccio in tempo, correndo, a raggiungerli prima della partenza. Saluti con Küße auf den Wangen. Alcuni minuti tra il mio arrivo affannato e quello placido del pullman consentono brevi scambi di parole e pareri: le rinnovo il consiglio di partire per il Brasile. Sarebbe un’esperienza e un’occasione di meditazione a distanza per decidere sulla tentazione del nuovo legame sentimentale. Per due giorni, intanto, saremo, se dio vuole, senza la co. fra i co. Che silenzio regnerà nella casa!
Interrogazione, stamane, della candidata in ospedale. Ha “dato” fisica come prima materia, e qualcosina ha detto. Poi, come seconda materia, filosofia. E mi ha raccontato un minuzioso Fichte. Poi ho chiesto qualcosa di Schelling, Schopenhauer, Feuerbach. Insomma, me ne ha detto più di tanti cialtroni di sesso forte non infortunati… Osservavo i movimenti delle sue gambe sotto il lenzuolo: l’emozione vi si scaricava tutta. Alla fine l’abbiamo salutata con baci e auguri. Ho dato un giudizio di 7, e in fisica ha avuto 6,5.

Erklärung: sui due co. Il primo significa cognata; il secondo, lasciamolo intuire. I due convenzionali Küße sulle guance furono dati con una piccola lentezza reciproca. Il mio consiglio sul viaggio in Brasile non si scaldò in nessun vero interesse. Gioelina era stata una piacevole compagnia in quei pochi giorni della sua presenza in casa dei cognati.
La ragazza in ospedale era vittima di un brutto incidente: il ragazzo che la portava sul sellino posteriore della sua moto era stato investito da una macchina malguidata da un frettoloso stronzo in sembianze antropoidi. Feriti entrambi, lei a un paio di vertebre cervicali. Muoveva nervosamente le gambe sotto il lenzuolo. Impossibile bloccare quei balzi, quegli scatti improvvisi, quella ghiotta cinetica: veniva tanto la voglia di afferrarle un piede a titolo di incoraggiamento. Il tanto finì in un gesto quasi incosciente di presa digitale: il piede coperto si arrestò docile tra dita e palmo, con un moto di commossa sorpresa: “Non essere così nervosa, stai tranquilla, va tutto bene”. Queste, pressappoco, furono le mie sorrise parolette brevi. Poco beate e beatificanti, ma dette con un discreto trasporto: s’era sentito dire in giro che il padre era un tipo duro e che la ragazza, la sera dell’incidente, aveva detto che usciva con una compagna e amica. Il vuoto di notizie sul dopo mi comunica ancora un po’ di tristezza.
Quanti vuoti nelle nostre povere informazioni.
L’indomani cominciarono gli scrutini. Apprendo dal diario troppo breve che nella prima metà del giorno furono “fatte” le sezioni A e B e nel pomeriggio la C. Gli appunti dicono: “Grande battaglia scrutini. Il solito tira e molla”. Alla pausa del mezzodì i professori della commissione restiamo a pranzo in paese tutti insieme. Nell’agenda sono segnati i nomi delle colleghe rimaste con me. Una di loro ci suggerì un ristorante di sua conoscenza garantito, “La magnolia”. Si mangia bene e si paga appena 25.000 a testa. “Dura la ripresa pom. dopo sì folto pasto e sì largo spruzzo di vini” : così la nota del diario strozzato.
Il giorno appresso si continua con gli scrutini. Diario.
Qualcuno cerca di convincere il presidente a “rivedere” qualche trentasei. Ma non si può. Abbiamo dato solo tre 60/60: 2 in C e 1 in B. Nessuno in A. Ma la classe ha la media più alta. Preoccupazione del collega che rappresenta la V C, dove ci sono figli di notabili con pretese e un rampollo certo di temutissimo boss. Al figlio del sindaco, democristiano, è toccato un dignitoso 52 contro un 60 o, al peggio, un 58 atteso e sollecitato, mentre al suo diretto “concorrente” il rotondo 58 che è sfuggito a lui. Il solerte genitore sindaco aveva “programmato” anche il voto per il rivale: al massimo quel debole 52 che invece è toccato al figlio diletto. Così, nelle confidenze del rappresentante di classe, deluso e quasi preoccupato, poveretto, ma anche intimamente convinto della giusta proporzione che il politico viziato (e potenzialmente ricattatore?) aveva previsto capovolta e infiorata di presunta giustizia. Dove va a ficcarsi la boria familistica. Noi commissari esterni siamo stati piacevolmente piccati da questa obiettiva inversione di esiti.
Rientrando a casa. Notizia bomba: è morta la madre di Cuzzaglia, l’ex alunno che ci regalò quella radiosa giornata di gaudio rimuovente. Ha telefonato lui a casa del cognato. L’ha trovata morta rientrando dal suo viaggio a Letizia Marina, dove era venuto a portarci (a me e al cognato) il pacco-regalo promesso: un capicollo, una ruota di formaggio pecorino,10 litri di vino bianco, altri 10 di rosso-greco. Due pacchi, uguali. Io l’ho”rimproverato” per aver lasciato la madre morente, ma lui dice che doveva farlo…Un buco di lutto nella trama dei programmi. Salta, così, anche il progetto di accompagnamento a Zancle.
Il 17 luglio è una pagina piena, a servizio di un pieno di eventi. La mattinata viene spesa in parte a completare la confezione del pacco-esami e del resto burocratico. Con seguito di consegna in segreteria, da dove il pacco viene spostato in presidenza e chiuso nella relativa cassaforte. Un’altra parte a incassare il secondo anticipo, 2 milioni. Lunga e tediosa l’attesa alla banca, dove mi porta la collega Virginia: che non è precisamente un incanto e perciò non ha titoli per alleviare la noia plumbea dell’attesa. Finalmente riesco e sbloccarmi. Mi congedo da Virginia e mi lascio prelevare dal collega rappresentante di classe della sezione C, Màllano, il quale mi porta in un ristorante immerso nel verde, “L’aranceto”. Bel posticino. Dove si muove, tra tavoli civettuoli e verdissimi aranci, una deliziosa polacchina, bionda, occhi azzurri, tratti fini, corpo snello e scattante, che mi ricorda Susanna a vent’anni. Fa la cameriera nel locale e ne allieta l’aura prosaico-mercantile d’un fiato poetico. In attesa del pranzo, si parla, con Màllano, degli esami appena conclusi, delle “battaglie” durante gli scrutini, e poi di altri argomenti, che svariano dalla politica alla ‘ndragheta, onnipresente invisibile. Che però in questi esami non abbiamo lasciato prevaricare. Si scambia qualche parola con la ragazza, che ci narra un po’ la sua vita recente di emigrata in cerca di lavoro.
Alla fine del lauto, vario, saporito pasto, spruzzato dei soliti vini speciali del luogo, lui, imprevedibilmente, insiste per offrirmi il pranzo. Io resisto per pagare la mia parte, ma alla fine, cedo alla sua insistenza leale e volenterosa. Nel congedarci dai proprietari, lascio (cioè, aggiungo ai suoi soldi) cinquemila lire di mancia per la polacchina. Che ringrazia, sorridente e con lieve rossore sulle guance delicate. Pensiero: chi dei giovani padroni se la porta già a letto o sta tentando di farlo? Pensiero triste, ma sciolto dall’imperativo categorico.
Non è finita: Màllano mi invita a casa sua, dove la simpatica moglie ci offre un gradito tonificante e denso caffè. Abitano in campagna, ma a breve distanza dal paese. Hanno tre figli: due femminucce e un maschetto, tra i 12 e i sei anni.
Sera. Telefono a casa. Con Rina concordiamo che mi vengano a prendere domani. Non dico nulla ai cognati. Ho telefonato da una cabina di fronte alla loro casa. Serata tarda: si va a Roccabella, a prendere la nipotina Luisella, ospite di una famiglia amica. Tutti e tre mi invitano a restare da loro fino a lunedì: mi darebbero un passaggio fino a Villa. Allora dico che, forse, verranno a prendermi i miei, domani. Clou del dì: visita, con il cognato Salvo, a Mimì Cuzzaglia, e ordinazione di un cuscino di fiori per il funerale della madre. Spesa, centomila lire. Ha voluto pagare tutto Salvo. Che corsa! Al ritorno, lui mi lascia al liceo, da dove Virginia mi porta alla banca: ut supra dixi.
L’indomani, nel primo pomeriggio, arrivano i miei: Rina, Manuela e il suo ragazzo. Restiamo un po’ in casa dei cognati, e poi ci trasferiamo all’albergo President, dove pranziamo e pernottiamo. Domenica 19 luglio, di mattina, colazione in albergo, poi bagno in un mare calmo e caldo. Segue doccia. Attesa pranzo, si mangia bene, gli amici proprietari ci trattano da amici anche nei prezzi. Tentativo di siesta fallito. Alle sei pomeridiane siamo sulla superstrada Jonio-Tirreno, in viaggio di rientro alla patria sicanica. Ed ecco, verso Villa, ci arriva in testa una mazzata incredibile: la radio di bordo ci dà la notizia dell’agguato di via D’Amelio. Il giudice Borsellino e la sua scorta sterminati nelle condizioni più sconciamente imprevedibili. Che perciò puzzano di tradimento e complicità istituzionali lontano un miglio. Resto squassato. Colpiti anche gli altri. Ma non quanto me, che mi sento toccato più direttamente per la mia attenzione professionale agli eventi e ne scrivo su rivistine e periodici locali. Il resto del viaggio è tutto un ascolto delle notizie aggiornate fornite dalla radio di bordo. Un’ombra nera si staglia su quella deliziosa carrellata di lavoro gradito e vacanza-premio.
Fino ai traghetti, non c’è che l’ascolto e i miei commenti infocati di rabbia furente e sbalordito dolore. Era stato incredibile l’assassinio del generale prefetto Dalla Chiesa: ma era avvenuto. Incredibile, ancor più, il quasi annunciato assassinio di Falcone, in quel sabato 23 maggio di quello stesso anno maledetto: ed era accaduto anche quello. Preannunciato, si può dire, dall’agguato fallito dell’Addaura (che alcuni, specialmente fra i politici, vollero diminuire in semplice avvertimento). Anche quel “messaggio” aveva avuto dell’incredibile: come avevano potuto depositare quella borsa esplosiva sullo scoglio frontale, in teoria sorvegliatissimo dalla scorta? Nel film Falcone Michele Placido, protagonista incazzato, fa serpeggiare in uno sfogo esplosivo una tacita insinuazione. Fare i conti non era difficile: simili imprese criminali non possono accadere senza complicità interne: senza il tecnologicamente attrezzato servizio dei Servizi segreti impropriamente detti deviati. Ne riparleremo.

lunedì 1 marzo 2010

Susanna, Frammento 58


L’occasione romana fu una collega di lettere, rappresentante di classe nel liceo scientifico Cavour, dove io ero commissario di filosofia. Bellina, bionda, non alta (poco più di un metro e sessanta) ma ben fatta, intelligente, preparata: ecco il “sommario” onesto di Donatella Cagli. Cui si può, anzi debbo, aggiungere un aperto sorriso a fossette guanciali che richiamava quell’“altro”, pur senza pareggiarlo. E anche l’età era un richiamo al mio orticello sentimentale: sette anni più giovane di me. Che viene a dire, la stessa differenza saturnina tra me e Rina: giochetti un po’ burleschi del sommo demone burlone detto Caso.
Simpatizzammo subito: lei, inizialmente, esplorando col retropensiero di cavarne frutto per i suoi rappresentati, io per distillarne buona compagnia nel forzato soggiorno romano di faticoso lavoro, non privo però di vaghe lusinghe. Avevo portato con me Rina e il bambino per la sessione estiva, ma la gravidanza rese penosa fino a un quasi collasso la sua resistenza al caldo eccezionale di quel luglio rovente e all’irrequietezza del bambino nervosamente inquieto: l’onesto pondo della piccola in arrivo moltiplicava gli insulti dell’afa. Fui costretto a riportarli a casa e tornarmene solo nella capitale: il tutto, tra due pomeriggi liberi da impegni commissariali: un sabato e la successiva domenica. A quel tempo i treni serbavano ancora una parvenza di civiltà, la competente Azienda statale era unica e non bifida come ai nostri giorni malati di aziendalismo moltiplicativo. E le stazioni ferroviarie non erano deserti sinistri, spogli di personale, forniti di fredde macchine distributrici dei nuovi biglietti di viaggio e delle informazioni poliglotte. Insomma, anche un solitario anziano, in quell’era mitica, poteva contare sull’assistenza di soccorritori di carne e sangue, spesso perfino gentili e comprensivi con le persone d’età. Oggi le finestre vuote delle biglietterie invetrate evocano la desolazione di un sito evacuato per forza di eventi apocalittici. Ah, dimenticavo: nell’era impiegatizia anche i gabinetti fisiologici erano pubblici e affidati all’uso e all’educazione dei passeggeri in attesa: oggi non più, in questa sterilizzazione dall’“umano” sono appaltati al privato d’obbligo. Alla stazione nuova di Realpolia sono i giovanotti del bar-tabacchi che, su richiesta, ti affidano la chiave per disserrare il locale inchiavardato, fare la pipì prevedibile (salvo il peggio, per fortuna raro in quella contingenza) e riconsegnarla al bancone del locale autorizzato. L’unica cosa rimasta immutata (o quasi) in quell’universo revoluto, è la logica astrale dei compensi ai suoi manager. Nel “quasi” si può iniettare il sospetto che siano, in realtà, peggiorate anche ai celesti livelli di quelle cime: una ventina di anni fa mi capitò di indignarmi contro un noto comunista che giustificava con un appello alla competenza-responsabilità un compenso annuo di 250 o più milioni per un’alta carica (forse a.d., o presidente). “Bisogna pagare bene la bravura”, disse quel difensore ispirato del popolo lavoratore in sofferente restrizione. E almeno lo strano “compagno” metteva in campo conto la bravura amministrativa, e dunque il sottinteso successo economico: oggi, cioè da ormai non pochi anni, si prescinde da quel dettaglio: si può mandare in malora l’azienda e incassare ugualmente stipendio intatto nella sua esorbitanza, e proporzionale liquidazione-pensione faraoniche. Idem se dalle terrane prosaiche rotaie si sale all’azzurro poetico delle compagnie aeree (diciamo Alitalia senz’altro). Quando si dice il progresso.
Ma torniamo alla nostra modestia “evenementielle” (e scusate la digressione). La sessione estiva trascorse nella scansione quotidiana del lavoro e nella compagnia con Donatella, cui si aggiunse presto un’altra brava collega, commissaria esterna di inglese, Ada Caruso. Si usciva insieme, la sera, si consumavano i pasti in ciacolante comunità. Almeno, a datare da certa distanza dall’inizio dei lavori commissariali. Niente eros-avventura. Solo commenti piuttosto critici sullo “stile” dei colleghi e, soprattutto, del presidente: un vecchio funzionario ministeriale in pensione, dal rognoso piglio militaresco, che s’era messo in testa di farci ritornare nel pomeriggio ad esaminare ancora candidati “inevasi” nel mattinale. Ottuso burocratismo di violenza sadica, che non andò oltre il terzo giorno: deciso a salvare le mezze giornate turistiche, scaldai di sacra indignazione i colleghi, dichiarai netta ostilità al capriccio pomeridiano, m’impegnai a sbrigare i miei candidati entro l’una e mezza, convinsi i compagni di pena a fare altrettanto. Insomma, togliemmo al vegliardo cocciuto l’alibi sadichetto. Dovette arrendersi.
Quanto all’eros, galeotto, in quel seguito che ne registrò la tardiva nascita, fuono settembre e la sessione riparatoria degli esami. Più, magari, la solitudine popolata di ricordi: la fiducia fra me e la biondina giunse alle confidenze intime. Ne scaturì un racconto degno di una ispirata competenza narrativa: eccone un veloce cenno scarnificato. Donatella era stata protagonista di un dramma urticante: aveva ceduto al richiamo di un suo alunno invaghito di lei. Amore, disse. “Amor che a nullo amato amar perdona”? – celiai, con complice simpatia. Stette al “leggero” e continuò: “mi prese del costui piacer si forte”– e qui ci dobbiamo fermare, mi permisi di aggiungere. E lei: “Ma il mio modesto inferno l’ho avuto pure io. L’affaire si riseppe, i soliti informatori volontari e volenterosi si premurarono di fare da gazzetta, e avvertirono anche la famiglia di lui. Che intervenne, e non proprio delicatamente.” E via alle accuse infamanti, alla pubblica vergogna, alla condanna morale (e moralesca). Con l’inevitabile seguito del trasferimento forzato della troppo sensibile prof. E meno male che il ragazzo non era minorenne. Il che, peraltro, non le risparmiò certa violenza paterna: non solo verbale. S’intende, nel nome dell’etica doppiamente offesa. Tanto amore (completo!), intensa ma breve felicità, tanta chiodata sofferenza. Stava tentando di riprendersi, quell’estate, aiutata anche da una buona psicologa. Più dal suo tatto – precisò – che dalla sua teoresi.
Incoraggiato dalle confidenze, mi lasciai andare anch’io all’amarcord esternante; raccontai di Susy, della cotta e della scottatura. Il resto lo fece quella chimica misteriosa che diciamo simpatia delle pelli. A sbloccare la mia pencolante timidezza intervenne l’aiuto della cornice magica: le rovine del Palatino. La mia adolescenziale passione per la Roma antica non s’era del tutto emancipata dall’ingenuità innocente, neppure in quel maturo “mezzo del cammin di nostra vita”. E mi soccorse a sciogliere le ultime reticenze esitanti: l’abbracciai, tra quelle glorie di pietra e marmi eterni (la cui predilezione, nell’ex adolescente qual ero, non digradava, tuttavia, in pietrificata retorica da labari). Fremente di accumulata smania, non ero meno tremante per quella (e sia pur modesta) sfida all’ignoto. Mi butto o non mi butto? L’arduo dilemma si sciolse nel gesto, un atto brusco, senza vera e ponderata liberazione mentale. Lei rispose subito, con eguale impeto, venendo incontro “a mezz’aria” al mio slancio. Non aspettava altro. Di sicuro aveva, nei giorni precedenti e relative passeggiate, soppesato la mia titubante timidezza. Forse aveva attribuito l’esitazione al mio stato coniugale. Ma, nel caso, solo prima delle confidenze intime. Forse dubitava che non mi piacesse abbastanza. Comecchesia, rotto l’incanto, iniziò la cura anti-Susy. Ci si vedeva nei vari siti della magia archeologica: Terme di Caracalla, Basilica di Massenzio, Circo Massimo, Colosseo, Palatino, e così via. Ma frequentammo anche siti fluviali, onore al biondo Tevere (già allora assai meno biondo e più scafato di ordinaria prosa quotidiana), piazza Navona, Santa Maria maggiore; e via esplorando, fino al lontano Eur. Insomma, si capisce che Donatella mi faceva anche da cicerone. Lei era un’esperta di antichità romane: faceva, a tempo libero, l’accompagnatrice tecnica di comitive studentesche francesi o soltanto francofone. Meno comode delle asciutte pietre-rovine le umide scalette del mitico fiume, ma noi si era di bocca buona, e per armeggi da non orizzontali proiezioni operative quelle sfuggenti pietre andavano bene lo stesso. Un po’ meglio ci riusciva agli angoli asciutti delle chiesone in ombra serale. Ma alle spalle della monumentale Santa Maria Maggiore le effusioni si riducevano ai soli baci: la famiglia di lei aveva casa nella zona. Finché la convinsi a incontrarci nella stanza che avevo in affitto all’interno di un palazzo antico abitato da due anziani coniugi soli, proprietari di quell’eccesso di spazi che invitava alla fruizione lucrosa.
*
Ma perché mi venivano in mente, mentre stringevo Susy fra braccia nervose, in quel bar della remota Calemagna, queste minori chance auto-protettive? Forse per una minimale rivalsa contro le sue caute ripulse di saggezza amicale. O magari per “punirla” dell’essere stata a letto con un altro uomo, sia pure marito, cioè benedetto da Dio e dal Giure. Ma non potevo evitare la domanda, piuttosto inclinata a un compensatorio “no”: se ci trovassimo in condizioni di sicurezza sociale, mi respingerebbe Susy? La fragilità narcisistica voleva quel no; la controparte masochistica insinuava dubbi: chi te l’assicura? Ma intanto le condizioni propizie erano fuori dalla realtà. Conveniva, insomma, stare al quia, e contentarsi di quei contatti innocenti, di quella ritrovata presenza corporale che, pur proibita a più saporite degustazioni, era tuttavia un risarcimento dei lunghi anni bui. Piccolo dono degli dèi benevoli.
Certo, non era più la frizzante fanciulla dei suoi vent’anni, ma non esagero, quaderno, se ripeto che anche dopo gli ultimi nove anni, Susanna restava una gran bella donna. A dispetto di sofferenze molteplici, gravidanze tormentose, parti drammatici, il suo corpo resisteva snello, agile, denso e colmo nelle parti canoniche, pur mai gonfie o da carnalità clamante.
Il cenno al suo corpo “efebico” mi riporta a un altro ricordo. La distanza di Crono non consente più alla memoria bucherellata di collocarlo senza incertezze di occasione e data; ma l’anno doveva essere quello dei sette più nove: sedici anni, un’eternità, da quell’estate torrida, dagli ultimi incontri contatti e spasmi di malfrenata fame. Il luogo del ricordo era senz’altro la spiaggia di Siderato. La sequenza fattuale pressappoco la seguente. Susanna era stata invitata a cena dai miei cognati con le sue figlie. Si era cenato in casa dei miei parenti, poi, a cena conclusa, si era deciso di fare un giro in macchina per i paesi vicini; ritornando, ci eravamo fermati sul magnifico lungomare sideratese. Qui, dopo una consumazione a uno dei tanti bar che vi si aprono, si era scesi in spiaggia. Ed ecco la dinamica scena fissata nella mneme impoverita. Le donne (esclusa mia moglie, poco incline a queste imprese che richiedono prontezza di riflessi e velocità di gambe), il cognato, Giampiero, Manuela, la cognata, il fratello, s’erano sfidati a una corsa, dal confine tra lungomare e spiaggia alla non vicinissima battigia. Chi sarebbe arrivato prima, avrebbe avuto in premio un ...applauso (e magari un bacio virtuale, o amicale, a scelta). Susanna s’era tolta le scarpe, correva scalza. E io, che non ricordo di avere partecipato alla gara (per rispetto, suppongo, dei miei cinquant’anni), mi gustai quell’elettrizzante filmetto, che s’è stampato così saldamente nella memoria. Spiaggia soffusamente sfiorata dalle luci del lungomare, Susy tornata ragazzina spensierata in quel semibuio elettrizzante, tutto il gruppetto delle ragazze, compresa la mia Manuela, a correre verso il mare in paragonistica allegria livellatrice di divergenti età anagrafiche. Era uno spettacolo grazioso, gentile, pluri-gradevole. Ma per me qualcosa di più intrigante, di più pervasivo: io rivedevo la Susy di sedici anni prima, agile silfide dai preziosi piedi scalzi. Guardavo lei soltanto, o quasi. E guardando sentivo rifluire nei micro-condotti del corpo-anima in tensione gli umori di quel tempo “magico”.
E vabbene: ammettiamo e confessiamo in penitenza la facile magia di repulisti e disinvolte rimozioni selettive, che lasciavano al centro della pista il buono e il bello di quell’esperienza esaltante, mai più ritrovata. Susy allegra, ridente, sfidante, in corsa. E scalza. Questo particolare faceva da asse alla girandola di emozioni scatenata da quella innocente malizia in gara di corsa: quei piedi, non avevo potuto mai stringerli fra le mani nella loro nudità armoniosa. Me ne tornava la voglia in quell’occasione. Li avrei anche baciati: questa nuance di feticismo l’ho avuta sempre, verso i piedi belli delle mie (pochissime) donne (non è facile, come può sembrare, trovare un bel piede di donna). Ma non c’era niente da fare. Anche il mio bacio feticistico doveva arretrare verso il solito mondo dei sogni incompiuti. Tuttavia, seppure virtuale, mi inteneriva (non sapevo, allora, che andava, con gli altri dettagli, a raccogliere materia di futura e insospettata ripresa poetica).

Comunque, una memorabile bella serata. Di quale mese e giorno? Il mese era settembre, non poteva essere altro. Il giorno, non c’è più modo di saperlo con puntuale precisione, ma deve cadere nella seconda decade del mese. La precisione numerica è una probabilità remota: che salti fuori (mi ripeto, ahimé ma è quasi inevitabile) qualche testimonianza scritta smarrita nella mia foresta cartacea (come sono saltate fuori da un insospettato sepolcro le tre preziose lettere di Susy). Chi arrivò primo al contatto con la mite onda appena risaccante del mitico mare? Non lo ricordo, ma non fu certo Susy, che protestò allegre scuse per non essere stata la prima. Certo, il sempre vigoroso cognato era, o poteva essere, più veloce di tutti i concorrenti. A meno che non avesse voluto cedere la vittoria a una delle donne (la sua proverbiale galanteria poteva arrivare anche a queste piccole finezze). Ma come scegliere fra tante? Come graziare la giusta, davanti allo sguardo di una moglie, poi! Di quella moglie, in particolare: così segnata dallo svantaggio fisico fra tante piccole veneri. Veneri borghesucce e ammodino, sia pure, ma privilegiate, in un modo o nell’altro, sul piano che più conta nell’umano giudicare: l’aspetto fisico. La cognata si sentiva una specie di intellettuale (aveva ripreso a studiare all’università): niente piccola borghesia al femminile, dunque. Ma la molto femminile certezza che quelle doti di mente e cervello, lì, erano inerti, inutilizzabili. L’unico uso possibile ne confinava la funzione nell’altrettanto ferma certezza compensativa della propria superiorità culturale su quel cinquettante stormo di ochette bellocce (che altro potevano essere, quelle “femmine” cinguettanti, ai suoi occhi di saputella complessata?). Ma forse il vincitore fu mio figlio Giampiero, alto più dello zio, e agile per minore ingombro di peso muscolare.

Ci furono altri incontri, ma sempre collettivi. Di vederci da soli, lei ed io, non c’era possibilità alcuna. Né una vera voglia di tentare: troppo rischio per la ritrovata amicizia fra Rina e Susy, per i buoni rapporti fra le nostre famiglie. E quindi, anche per le future, forse improbabili ma “logicamente” non impossibili, occasioni di nuovi incontri personali. Finita la bella parentesi estiva, ciascun gruppo ritornò al proprio soggiorno quotidiano: Susanna e figlie, per qualche mese ancora, a Moncolone, poi trasferimento a Roma; noi nel paesotto della provincia sicanico-liotrica. Viaggiarono lettere e voci telefoniche, scambi di notizie e di auguri. Niente di più e di meglio, per altro tempo imprecisabile ma di non molti anni. Un incontro romano, invece, avvenne due anni dopo circa. E, tracce o non tracce scritte, mi riesce abbastanza facile ricostruirlo nei suoi momenti apicali. Ma non prima di avere servito degnamente un altro snodo dei nostri rapporti a distanza.
*
In una delle prime lettere dell’anno successivo (forse addirittura la prima) Susy mi chiede di aiutarla a trovare un lavoro: la lettera è tutta un grido di dolore, quasi disperato. A difenderla dai pensieri truci erano (così scriveva), le ragazze, le figliuole: per averle entrambe, aveva rinunciato a una bella fetta di “alimenti” (lo abbiamo già detto), e ora non riusciva a sopravvivere senza l’aiuto dei suoi genitori. Avrebbe voluto emanciparsi da questa dipendenza, se ne vergognava: i suoi non erano così corazzati contro le ristrettezze finanziarie. Non pagavano affitto, la casa era di loro proprietà, s’erano ormai ridotti a tre persone, includendo Giacomino ancora studente. Ma non scialavano certo. Susanna aveva ragione di volerli liberare dal peso dei saltuari soccorsi. Ed io penso a quella specie di marito, professore di lettere, umanista del cavolo, che rinuncia alle figlie per un misero lucro. Che “uomo meraviglioso”, povera Susy. Mi chiedeva aiuto, dunque, attribuendomi possibilità remote dalla mia esistenza di insegnante e di studioso estraneo alla politica politicante. E soprattutto in rotta con quel mondo cattolico e conformista che è disposto ad aiutare, magari, ma solo chi può ricambiare in qualche modo e tangibile sostanza. Per esempio, con un pugno di voti. Dal troppo decentrato Moncolone subalpino e confinario, che cosa poteva dare Susy in cambio di favori decisivi? In Roma, invece, avrebbe potuto dare, e tanto. Ma era, la sua, una merce esclusa da ogni logica di scambio onesto, e Susy dentro quella logica voleva restare ad ogni costo. Anche, o soprattutto, in nome e per il futuro delle figlie: che non avessero mai a rinfacciarle comportamenti immorali. Di questo lei si lamentava nella lettera: lavoro, nella ubertosa dinamica corrotta capitale politica in mille faccende affaccendata, quanto ne volesse, ma solo a quella condizione. Tutti chiedono in cambio una cosa che io non sono disposta a dare – scrive nella lettera. – Ma eccola qua, la drammatica scrittura, così dolente e così cara, in una trascrizione integrale, sviste e approssimazioni comprese.



Moncolone, 14/ 1/ 198…
Carissimo prof. Assaggi.
Si stupirà parecchio nel ricevere questa mia, ma il motivo che mi ha spinto a farlo è molto importante, se non vitale, e di veri amici ai quali rivolgermi non ne ho tanti.
Sono in una situazione drammatica, dalla quale non riesco a venirne fuori, non per mia volontà, ma perché mi si chiede qualcosa che non intendo assolutamente dare. Ogni tentativo fatto per risolvere i problemi della mia vita è sfociato nel medesimo punto: “Io do una cosa a te, tu ne dai una a me”. Ma quello che dovrei dare io è troppo importante perché possa accettare passivamente. Il mio matrimonio è fallito “definitivamente” e miseramente; ma questo non la sorprenderà! Sono ormai quattro mesi che sono separata legalmente.
Questa estate, andando giù da sola, ho cercato di farmi un esame di coscienza, e speravo che il rientro in famiglia avesse aiutato anche l’“altra parte” a fare ciò. Non è servito a niente! Anzi la situazione, al mio rientro, è precipitata. Evidentemente quindici anni di continue liti ci hanno portato entrambi a definire un rapporto che si trascinava per forza di cose, ma che era già morto da tanto tempo. Una sola cosa mi ha lasciato perplessa e nauseata: il disinteresse di un padre nei confronti delle figlie!
Per definire la situazione, che era diventata insostenibile, ho accettato in sede di tribunale, il minimo di alimenti, sperando che, prima o poi, un lavoro mi avrebbe aiutata finanziariamente. Ogni porta bussata e aperta, però ha avuto lo stesso risultato: non si fa niente per niente! Può immaginare quindi come mi sono sempre sentita e come mi sento. Fossi sola andrei, forse, a fare qualunque cosa, ma ho due bambine che vorrei poter guardare in faccia sempre senza vergognarmi.
Fino ad oggi ho fatto qualche supplenza nella scuola elementare, e questo mi ha permesso di andare avanti senza scottarmi. Ma quanto durerà? Quando le scuole saranno chiuse, cosa farò? Questi pensieri (ed altri, che non mi sembra giusto elencare ora) mi hanno spinto a farla partecipe della mia situazione. L’ho sempre giudicata una persona unica al mondo, e chissà che forse Lei, e “non altri” mi possa dare una mano! Qui non mi trattiene più niente, sono libera di andare a vivere dove ci sia un lavoro per me, e quindi, se ci sono possibilità di tornare giù, ben vengano.
Il giorno 24 c. m. tenterò il concorso magistrale a Roma, ma ho sbagliato a presentare la domanda in quella città, avrei dovuto farla per Reggio C. Mi avevano però promesso l’aiuto che cercavo, mentre adesso, visto che non ho accettato “certe condizioni”, mi hanno scaricata. Mi chiedo, allora, sempre e in continuazione. “E’ giusto tutto questo?!”
Ma, bando alle ciance! Le ho prospettato, sia pure in minima parte, la mia situazione, e se Lei volesse scrivermi due parole, ne sarei immensamente felice. La prego sinceramente di salutarmi sua moglie Rina, che non dovrebbe più avercela con una persona perseguitata dalla cattiva sorte. E che l’età e le vicissitudini della vita hanno maturato molto più in fretta di quanto si possa pensare!
Resto in attesa, salutandola con gli stessi pensieri sinceri e affettuosi, ma più riflessivi e consapevoli di quando era il mio professore di filosofia.
Affettuosamente
Susanna
*

Confrontando il contenuto della lettera con quel che ho riassunto prima della trascrizione, si capisce che non tutto quanto è presente nella mia sintesi lo è altrettanto chiaramente nella lettera. La quale allude, e in alcuni punti in modo che io soltanto, o soprattutto, capissi; ma non dice apertis verbis alcune cose che ho accennato nel résumé. Il sunto, insomma, è integrato (me ne accorgo rileggendolo) da rivelazioni che Susy mi aveva fatto in telefonate successive allo scambio epistolare. La rinuncia alle figlie, per esempio, da parte di quel padre snaturato, in cambio di vantaggi economici, nella lettera è accennata allusivamente, mentre per telefono mi era stata arricchita di particolari espliciti (che, del resto, ripetevano confidenze già fatte a voce in quella stessa estate calamagnese). Così i vani tentativi di riavvicinamento fra marito e moglie, i soccorsi dei suoi, e altro ancora.
A quell’invocazione di aiuto, che mi sconvolse, io potei rispondere mediocremente, anche se con piena buona volontà. Cercai nel mio ambiente e fra le poche amicizie qualificate alla bisogna se ci fosse possibilità di un lavoro per lei. In Comune, nella fabbrica di amici e parenti, e non trovai nulla. Cioè, soltanto proiezioni nelle fumosità di un incerto domani. Pensai allora di scrivere, e scrissi, una convincente e commossa lettera a una famosa show girl, che aveva aiutato altre donne in difficoltà. Informai Susanna dei miei tentativi e delle relative risposte; le parlai della lettera per quella signora e gliela spedii in visione. Mi fece sapere che apprezzava i miei tentativi, che sperava sempre, ma che la lettera alla show girl era inutile. Alle mie meraviglie, rispose che in Città (si era già trasferita a Roma) si chiacchierava molto su quella persona, la quale, stando ai vari passa-parola, aveva favorito la carriera attraversando, con le soste del caso, certe stanze autorevoli della capitale (e in particolare di quel suo folto mini-cosmo che si riconosce in Mamma Rai). Insomma, aveva fatto proprio quello che lei, Susy, rifiutava di fare.
E dunque? Come “e dunque?” Lo scambio degli interrogativi avvenne per telefono, tra un moi per qualche minuto intontito e una Susy già esperta di gossip romanesco e implicazioni sottostanti. Se la show girl aveva accettato quel pedaggio a molle, come pensavo, io, ingenuo, di poterla commuovere per analoghe vicissitudini e proposte alla mia protetta? E sia pure, la signora Susanna, questo cammeo di onestà, madre sublime di due innocenti bambine, separata da un marito-mostro per amore delle figlie. E quant’altro. Certi scrupoli sono ormai un lusso nel gran mondo metropolitano. Senza dire che quell’ “ormai” sa di pleonasmo ridicolo.
Il discorso “obbiettorio” di Susy reggeva, ma io non mi rassegnavo alla rinuncia: la lettera era bell’e pronta, la ritenevo toccante, eccetera. Perché non tentare? Ma Susy fu tassativa: sarebbe inutile, insisteva. E si rassegnava ad aspettare eventuali risposte alle mie inchieste locali. Sulle quali, in realtà, si poteva contare ancora meno che sulla show girl secondo Susy e il pettegolezzo capitolino. Arrivai a chiederle come mai ritenesse credibile, anzi indubitabile, quel cicaleccio dissacrante: escludeva che si potesse trattare di calunnie? che ci fosse dell’esagerazione gratuita? Lo escludeva. La pregai di non stracciare la lettera, non si sa mai ci ripensasse, più in là: magari come tentativo estremo. Mi accusò, garbatamente, di aver pensato male di lei sospettando che potesse “stracciare” un così bel ricordo del mio affetto sincero e di una sensibilità così partecipe delle sue sfortune. Obbiettai e mi scusai: solo affetto? Risposta: una risatina complice e ironici “puntini” di benevola reticenza. “Che altro” poteva aspettarsi da un uomo “felicemente sposato e fortunato padre di due bei figli di sicuro avvenire?” Obbiettai sul felicemente con altrettanto benevola ironia, stando a quel giochino leggero frizzante di sottintesi, sfuggito, per qualche minuto, alla morsa di quel serio così drammatico. E intanto pensavo agli invisibili ma raffigurabili vezzi del bel viso resistente alle molte insidie.

Ma ecco la lettera (da Akiskene, 198...)

Gentile Rodella,
vorrei affidare alla Sua intrepida generosità un caso umano che mi sembra di palpitante interesse (e, purtroppo, di perenne attualità). Si tratta di una signora separata dal marito, alla quale il competente Tribunale ha affidato le due figlie (15 e 13 anni), con l’assistenza coniugale (i cosiddetti alimenti) di appena 500.000 lire al mese. L’esiguità della somma ha questa spiegazione: la signora, pur di avere entrambe le “bambine”, ha accettato lo “sconto” proposto dall’ex coniuge al proprio impegno finanziario, come contropartita alla sua rinuncia per una delle figlie. Come vede, un gesto da padre snaturato.
Con tale somma è evidente che non si può vivere in tre, nemmeno in un paesino del profondo Sud, figuriamoci in una città come Roma. La tenera madre, infatti, non pensava di farcela con quell’unico sostegno, ma contava di trovare un lavoro che le consentisse di integrarlo con un suo autonomo reddito. La signora ha cercato, infatti, lavoro, per oltre un anno e mezzo, ma tolte alcune supplenze scolastiche (ha il diploma magistrale) di breve durata, non ha trovato altro. O meglio, ha trovato tante occasioni, diverse tra loro per tipo di attività, ma accomunate dall’identica condizione: andare a letto col “benefattore” (padrone di azienda o manager o comunque persona di peso nel relativo ambiente).
La signora, che ha 37 anni, è ancora una bella donna e una ghiotta possibile preda: malgrado le ingiurie della malasorte (due parti cesarei, e cinque interventi chirurgici, di cui due alla tiroide). Ne avrebbe di chances, se non soffrisse di una “patologia” scostante: l’onestà. Che non le permette di accettare la “transazione”. Forse – mi scrive in una sua accorata lettera (è una mia ex allieva), che è tutta un grido di dolore e un appello al soccorso – se non avesse avuto le due bambine, l’esasperazione l’avrebbe costretta a cedere ai poco nobili ricatti. Ma così no: non può rassegnarsi a non poter guardare in viso le due figlie senza vergogna. E, soprattutto, non vuole rischiare di comprometterne l’avvenire. Scrupoli e valori di altri tempi? Forse. Ma non è bello che qualcuno li prenda sul serio? Che creda ancora nella dignità umana, in questo mondo di mercanti e mercificazione universale?
Ecco, io penso pure che questo qualcuno meriti l’aiuto di Rodella, che tante persone ha già aiutato. Non potrebbe, magari, invitarla al Suo programma quotidiano? La speranza sarebbe che, facendo conoscere il caso al vasto pubblico della Sua trasmissione, potesse venir fuori l’anima buona disposta ad aiutare la mia segnalata, offrendole, o facendole offrire da terzi di propria fiducia, un lavoro pulito. Anche una cosa modesta, tanto per consentire alla famigliola di mantenersi senza eccessivi sacrifici (soprattutto, senza quello di non mandare più le brave figliuole a scuola). Ma bisognerebbe far presto, perché la signora è al limite della resistenza, e di tanto in tanto le vengono cupi pensieri di gesti insani. Le do il suo nome e numero telefonico [...]
Con l’occasione Le porgo, insieme ai più vivi complimenti per le sue trasmissioni, saluti cordialissimi e un grazie per l’attenzione (spero di poterle offrire anche la mia riconoscenza)
*
Dopo un anno ancora di sofferenze da stenti, Susy riuscì ad avere un posto al ministero del Lavoro senza pagare il prezzo inaccettabile. Il fratello maggiore, tramite la moglie e la sua parentela, poté interessare un politico regionale repubblicano, ma con amicizie romane nella onnipresente Democrazia cristiana. Non era un posto a tempo indeterminato e garantito, ma un ingaggio a termine, rinnovabile. Il rinnovo del relativo contratto di anno in anno coprì alcuni anni senza difficoltà. Ad ogni rinnovo si ripeteva la promessa di “stabilizzare” il rapporto, ma l’evento continuava a slittare sul futuro. Lei aveva imparato bene il compito e le relazioni sul rendimento erano positive: tutto lasciava sperare un avvenire di sicurezza economica dignitosa, sufficiente non soltanto per il puro e modesto sostentamento, ma anche per far proseguire gli studi alle figlie. E tuttavia solo il vessillo della speranza continuava a sventolare indisturbato.
Verso la metà degli anni ottanta io e Rina, trovandoci a Roma per motivi di salute (una tenace acne rosacea ricamava crudelmente sulla mia cute apicale), decidemmo di trascorrervi un paio di giorni da dedicare, parte alla rivisitazione turistica dell’Urbe, parte a possibili incontri con amici residenti, che non vedevamo da tempo. Telefonammo anche a Susanna al Ministero (ci aveva comunicato il numero nella lettera che annunciava l’impiego) e fissammo un appuntamento nello stesso palazzone di via Veneto per il pomeriggio. La trovai ancora bella, ma soprattutto, più serena e fiduciosa nelle buone prospettive future. Calda accoglienza e confidenze “fraterne” riempirono il tempo dell’incontro. La figlia maggiore le dava ancora preoccupazioni, ma sembrava avviata a superare i disturbi più gravi dell’adolescenza, quella sindrome anoressica che l’aveva spinta sull’orlo dell’abisso. L’impegno nello studio (in quella primavera frequentava la prima ginnasiale) l’aiutava a combattere con un certo successo la depressione anoressica. Non era, precisava Susanna, un cammino lineare e i progressi, non solo erano lenti, ma restavano anche insidiati da incombenti minacce di ricadute. Più volte queste minacce si erano invelenite in angosciosi ritorni del peggio. La situazione, insomma, non era affatto tranquilla, ma Susy era forte: più precisamente, a darle forza, diceva, erano le due ragazze, così sole, così bisognose del suo aiuto. Una confessione che aveva già fatta a noi, quasi con le stesse parole, negli incontri del secondo black out. Aggiungeva che le recidive della grande influivano negativamente sulla piccola. Anche lei aveva qualche difficoltà di adattamento scolastico, e di tanto in tanto un’autentica crisi di scoraggiamento. Ma non poneva i problemi drammatici della maggiore. Ed era un supplemento di difficoltà nella vita della madre, bilanciare il suo interesse tra le due, evitando che la minore potesse risentirsi della inevitabile sua maggiore attenzione verso chi, delle due, ne aveva più bisogno.
*
Quanti anni passarono da questo primo incontro al Ministero al secondo? Non sono in grado di dirlo con precisione, ma non molti certamente. Nella primavera (tra marzo e aprile) di uno dei primissimi si era in gita scolastica. Anzi, in “viaggio d’istruzione”: i licei classici non fanno (ohibò!) gite, ma solo viaggi d’istruzione. Ben preparati, con itinerari molto selettivi, un preside cicerone (è il caso del nostro liceo) munito di eloquenti schede di storia d’arte, uno o più professori (io, uno di questi) ad affiancare il capo d’istituto secondo le personali, anzi professionali, competenze (a me toccava riassumere la storia delle contrade e città dell’ “incontro”). Per gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta i viaggi furono abbuffate di sacra Umbria con Assisi al centro e annessa Cittadella cristiana: una passione del nostro preside, cattolico sinistreggiante, che si sforzava di trasmetterla a noi accompagnatori e agli studenti. Quell’Umbria, col suo medioevo di turriti borghi, castelli arcigni, piazze di dura pietra, le sue modernità importanti (Perugina, le acciaierie di Terni ecc,), i suoi paesaggi e gemme territoriali (le Cascate delle Marmore, il Trasimeno…), e la sua vivace Cittadella di volenterosi giovani della sinistra cattolica, restava pur sempre un affascinante target in ogni sua parte e aspetto: ma quando rischiò di imporsi come unica meta per le classi finali del liceo, un mugugno di professori maturò in proposte alternative. E così nella seconda metà degli anni ottanta, la destinazione si spostò su Roma e i cosiddetti Castelli romani. Per due giorni si pernottava in Roma per visitare i siti canonici della Città; il resto in un bell’ambiente alberghiero moderno della campagna laziale gestito da “suore laiche”: soluzione che ci teneva vantaggiosamente vicini ai Castelli da visitare. In una delle due giornate romane andammo, per la seconda volta in pochi anni, io e Rina, a trovare la nostra amica Susy, sganciandoci dalla comitiva nel primo dei due pomeriggi. Non era una “sottrazione” sensibile al mio tempo istituzionale, i giorni a disposizione delle gite lunghe si aggiravano tra la settimana e i dieci: bastanti a far godere ai molto agitati ragazzi e alle fin troppo vivaci ragazze le porzioni eminenti dei relativi valori storico-estetici. E a stancare noi accompagnatori per veglie forzate di problematico controllo disciplinare e scherzi estrosi di collocazione notturna, cioè in ore presunte libere dalla nostra sorveglianza. Uno di questi pomeriggi, dunque, io e Rina lo destinammo al nuovo incontro con Susanna. L’appuntamento, per ragioni di orari e connessi impegni, suoi e nostri, fu anche stavolta al ministero. La rinuncia alla piccola parte del programma “scolastico” non sacrificò nulla che non avessimo già visitato in precedenti viaggi extra scuola.
In questo secondo incontro trovammo una Susy leggermente più invecchiata, anche se ancora resistente nei suoi tratti migliori. Certo, il viziaccio della sigaretta non aiutava la sua pelle a conservare intatto l’antico splendore, ma le perdite restavano ancora contenute, e le tracce della giovanile bellezza ben presenti sotto il maquillage sempre meno leggero. Era sulla soglia dei quaranta, in quella primavera romana, Susy la bella. Che ammetteva i rischi e le esazioni dell’età incalzante, ma solo teoricamente. Le davamo dei consigli, Rina ed io, come persone più mature: fumasse di meno, evitasse di fumare al chiuso, pensasse alle sue bambine ormai adolescenti... Lei ascoltava, ringraziava, prometteva di ridurre le maledette nicotiniche, ma poi tornava a quella che era ormai una vera dipendenza tabagica. Sì, evitava di fumare dentro casa, si affacciava al balcone o a una delle finestre quand’era chez soi: così diceva e prometteva, ma poi chissà se manteneva.
E moi? Il solito balancement tra presente e passato. Tra il sofferto splendore del passato e il quieto avanzo del gramo presente. Qu’est-ce que tu veux?– chiedeva il passato al deprivato presente. Je suis passé, fermé, fini! Ma il presente replicava, “escamatova”: c’è ancora il futuro, perché sgozzare la quasi implume speranza che pigola fra le tue frasche, presente dimezzato, ma non prosciugato? Una speranzella non fa male a nessuno, perché no, dunque? Pourquoi pas? Pensavo in francese per...induzione inerziale: sfogliavo distrattamente un opuscolo scritto in quella nobile lingua preso da un tavolo dello stanzino ospitale mentre le due donne cicalavano fra loro. Di vari argomenti, ma in modo tutto speciale di figli e figlie, di guai e difficoltà di differente genere, dall’una all’altra, e certamente di peso maggiore dal lato Susy.
Tra una frase e l’altra della conversazione muliebre e della mia lettura un pensiero cominciò a ronzare nel mio cervello: che Susy potesse fumare tanto per abbassare il livello libidico: non sarebbe stato un bel (brutto?) modo di distanziare le immaginate soluzioni di ripiego del periodico “svuotamento” solitario?
*
Il terzo incontro, sempre in quel tetro palazzone ministeriale, offrì al nostro sguardo deluso una Susanna decisamente invecchiata, che mostrava quasi tutti i suoi quarantacinque anni. Il trucco pesante nascondeva, sì, qualche guasto epidermico e sottocutaneo, ma gridava con la voce di un cromatismo troppo acceso la sua ormai inderogabile necessità difensiva. Certo, i segni della giovanile perfezione non erano cancellati, erano soltanto mortificati, dove più dove meno, ma chiunque la guardasse avrebbe potuto leggere in trasparenza un passato di glorie estetiche. Quello che mi colpiva più sgradevolmente, in quell’apparato difensivo sovraesposto era l’elemento meno temuto e prevedibile del suo cromatismo svampante. Un rosso tizianesco dei capelli, tanto più eclatante quanto meno necessario esteticamente. Qualcosa si era guastato anche dentro quella testolina, peraltro sempre un po’ in feeling con la bizzarria. Una Susy rossa! Che me ne faccio? – gridava nel suo buco remoto il moi rimosso e mai rinnegato. – Che roba è? Rivoglio la folta ondulata chioma corvina dei suoi vent’anni. E magari il maquillage leggero di quel tempo mitico. Perfino una rasatura delle sopracciglia alla Mina (in realtà mitigata da molti anni) avrei accettato con minor disappunto che quello svampante colore tizianesco (o anche se fosse stato biondo).

Ma le delusioni, nonché regredire, crescevano. Susanna non era più la solitaria mamma di due fanciulle in fiore, interamente votata al loro benessere generale. Susanna aveva un compagno. E non era un marito. Non lo sarebbe stato in nessun futuro, prossimo o lontano: era un uomo sposato, un padre e un marito legato alla famiglia. Almeno dalla sua paternità.
Ci raccontò la storia. Marco, il suo partner, era un ingegnere di bella inventiva, che lei aveva conosciuto nell’ambiente del suo lavoro. E l’aveva conosciuto come vittima della solita canaglia burocratica ministeriale, tanto vittima che aveva risvegliato in lei la nativa vocazione alla giustizia; o, se si preferisce, alla resistenza pugnace contro le ingiustizie spudorate. Gli avevano promesso di acquistare un suo ingegnoso sistema di allarme elettronico capace di neutralizzare i tentativi di sabotaggio, ma al momento di firmare il contratto erano sbucate, come i serpentoni cannibali di un allucinato film horror, strane difficoltà dilatorie e di complicata soluzione. Pretesti, insomma, che forse alludevano a nuove bocche protese nell’ingordigia tangentizia. Io non ricordo se l’uomo avesse già unto ruote e ingranaggi, e dopo resistesse a nuove pretese; o, fin dall’inizio, avesse escluso il vile pedaggio e allora sbattesse la capoccia contro quel collaudato “apriti sesamo”. Fatto sta che Susanna prese a cuore il suo caso e si batté per aiutarlo come poteva. E da cosa nacque cosa. L’uomo non era né brutto né malfatto; portava bene la sua cinquantina o poco più ed era un lottatore tenace. Ma voleva esserlo soltanto nell’arena della legalità solare (così,Susy). Intento ambizioso e impresa disperata. Si era ancora a qualche anno di distanza dall’inizio della “primavera dei popoli” chiamata “Mani pulite”, e i mazzettari navigavano a gonfie vele sui poco agitati mari della corruzione onnipresente. Marco e Susanna, tuttavia, vollero credere nella legge o almeno nella correttezza dei contraenti ministeriali.
Al tempo di quell’incontro al ministero la vertenza era ancora aperta e filava sui binari del Giure. Evidentemente né lui né lei conoscevano abbastanza l’ignominiosa fama della Giustizia romana, definita, con acconcio lirismo espressionistico, “porto delle nebbie”. Quando mai un’inchiesta, una vertenza che minacciasse un vip dell’intrallazzismo politico-vaticano s’era conclusa, in quel porto di sabbie e fango, con il successo della verità e della giustizia? Anche gli osservatori appena attenti ai telegiornali sapevano che le rogne giudiziarie scendevano o salivano in quel porto di garanzie losche perché fossero non risolte nel lampo sacrale del Giure e di Giove, ma dissolte nella nuvolaglia pretestuosa ladra (anche di documenti super-custoditi) truffaldina impudente e arrogante delle prove sottratte, dei cavilli battezzati “rinvii tecnici”, delle testimonianze ritrattate, dei testimoni eliminati in misteriosi e provvidi incidenti o (nei casi incruenti) trasferiti nel vasto e vario oltremare. Per tacere di altro campionario della legalità appestata. Era il fervoroso mondo di Tangentopoli, il paradiso mondano della corruzione pandemica.
Aveva appuntamento al ministero, Susy, con l’uomo, che aveva annunciato, via telefono, di volerci presentare. E avvenne, l’incontro. Piacere, piacere. Energiche strette di mano. In me, a livello enterico una stretta gelosa, al cuore un balzo extrasistolico, nel limbo subcorticale un corto circuito di assoluta impotenza dolente. Rina, invece, ebbe altra luce negli occhi sempre belli e spirituali: un lampo di interesse-curiosità squisitamente femminile. E non certo di severità estetica. Nel corso della vicinanza parlante, mostrò anche una specie di sollievo simpatetico verso l’amica ritrovata e finalmente “accompagnata”. Non era in una condizione che la sua moralità cattolica le permettesse di approvare del tutto? Sia pure: era abbastanza in là con gli anni, anche lei, per trovarsi nella condizione etico-mentale di potere, se non accettare, rassegnarsi a certi “progressi” della socialità sessuale. Certo, dirà poi, sarebbe stato meglio che lui non fosse sposato. E’ quanto diciamo tutti gli amici, e avranno detto i parenti stretti, se e quando l’anno saputo. Ma la “rivoluzione sessuale” degli anni settanta qualche traccia di elasticità meno rigida ha lasciato in tutte le menti e le sensibilità morali. Anche le più ispide.
Ma che tipo di rapporto era questo, fra Susy e Marco? Un tipo che sottraeva al mio malumore una parte dei suoi alimenti: non convivevano, si incontravano lontano dalla città (non ricordo più quale) dove risiedeva la famiglia di lui, facevano qualche viaggio insieme per esigenze di lavoro e, in tali occasioni soltanto, dormivano (e, ahimè, vegliavano) in alberghi di lusso. L’incontro di quel pomeriggio romano conobbe il suo clou in via Veneto: il signor Marco ci portò al Café de Paris, come dire in uno dei locali più snob della famosa via della Dolce vita. Chiacchierando rapsodicamente, ordinammo quattro tè. Eleganza di materiale e di minuzie contornali, abbondanza di acqua bollente a disposizione delle bustine coloranti, e chissà che altre inutilità. Al momento di pagare il conto discretamente sottratto alla vista degli ospiti, io, coscienziosamente attento, ho visto con sguardo caudale ma chiaro, un bigliettone de centomila infilarsi sotto la tazza di Marco e lì rimanere, mentre il quartetto si congedava dal troppo esoso e vellutato Café. Se non altro,  mi dissi  ho fatto un’esperienza che non mi sarei mai sognato di poter fare. Ma me lo dissi con un vago ridicolo sciocco senso dell’amante tradito che accetta gadget compensativi dal rivale fortunato. Sì, in fondo alla gola stagnava un fantasma di nodo ostinato a resistere contro ogni luce di pacchiana evidenza. Quell’uomo si godeva un tesoro che io, avendolo a disposizione per mesi e qualche anno, mi ero proibito senza esitazioni e contro ogni pressione dei sensi. Era giusto? In fondo, era sposato anche lui. Anche lui ha una famiglia, e non la molla. Né lei lo pretende. In fondo, sì, in fondo...
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Ma che sciocchezze scappano di mente (e penna): la Susy di venticinque anni prima era una pulzella, un imene intatto, una ragazza con diritto a un futuro di sposa e madre, legale e “tribalmente” condiviso; la nuova Susanna di quel nuovo presente era una moglie separata legalmente e sulla via del divorzio (o già divorziata? Ah, memoria!); una madre impegnata sul benessere delle figlie; una donna libera da vincoli sociali e barriere istologiche sacrali. Era... Cos’altro era, la nuova Susanna? Ancora un ghiotto bocconcino da letto, malgrado le ferite infertele da una sorte crudele? Certamente. E che altro ancora? Un campione di certo determinismo di oscure connessioni genetico-ambientali, di quelle insondabili pulsioni e contraddizioni che diciamo cause: era un donna in posizione sociale irregolare. Poco scandalosa, nelle attuali aperture da rivoluzione sessuale ormai largamente assimilata: dagli ambienti grandurbani del centro nord, quasi totalmente, e parzialmente anche da certi settori della borghesia meridionale (grande media e piccola). Ma pur sempre una posizione irregolare, non certo in organica fitness con la famiglia d’origine. Che probabilmente la ignorava. O più precisamente: potevano, quei peccatori, nasconderla ai genitori di lei, che se ne stavano in un paesotto di quel profondo Sud magnogreco, ma non all’altra componente della famiglia originaria: sorelle e fratelli romanizzati. E questa parte certamente la subiva, non potendo intervenire e impicciarsene. Fosse almeno scapolo, o vedovo, quel benedetto Marco!
“Ho fatto tanto, ho accettato sacrifici e rinunce per evitarlo, ed eccomi qui, nel disordine che non volevo”: così mi disse un giorno, non ricordo se per telefono o di presenza. Comunque, diceva, a quest’uomo “mi sono affezionata e legata perché l’ho visto bersagliato dai prepotenti della burocrazia e della politica”: una massa di ipocriti ingordi che controllano, con o senza copertura di leggi malfatte e cavilli legali, la vita politico-economica della capitale. Quest’ultima “postilla” è, ovviamente, una mia libera interpretazione del pensiero susynico. Come, e più, di tutta l’Italia – aggiungevo ancora. Non si sa che il proverbiale pesce comincia a puzzare dalla testa? Testa era un tempo Roma, di un impero-mondo, caput mundi, poi di uno Stato vaticano, quindi di un’Italia mal-riunificata, monarchica e indipendente, poi miserabilmente imperiale e fascista. E dal secondo dopoguerra, caput degradato di una para-colonia americana verniciata da paritaria alleata: ma sempre, nei secoli, mercato di valori civili e morali, samarcanda della corruzione e del mercimonio senza limiti. Né l’altra Roma, quella vaticanesca, si salva dal cancro roditore dei bei principi e nobili sentimenti dai pulpiti tuonanti. La corrispettiva realtà dei quali è sempre e soltanto appannaggio di esigue minoranze, di lodevole coerenza e di forzatamente limitata incisività sociale. Limitata, a volte e settorialmente, fino al grado zero.
Quei pensieri non uscirono dal mio teschio, se non in un rapido cenno monco di replica alle accuse anti-Roma di Susy: ci mancava che le facessi una lezione di etica e storia patria. Tornando al tema scottante: diceva, la mia Susanna, che non era proprio amore, il suo, ma questo miscuglio di affetto e di solidarietà fra vittime (anche il suo posto al ministero era sotto continua minaccia, e non mancavano punzecchiature allusive a un futuro incerto). Chissà, forse negava l’amore, parlando con me, per evitarmi un di più della sofferenza che certamente intuiva nella mia sorridente rassegnazione al “fatto compiuto”. Stupidamente, mi accorgevo che il pensarla a letto col marito mi faceva soffrire meno che il pensarla con l’amante (ah, l’odioso lemma!). Specialmente, negli alberghi da miliardari. Be’, tentavo poi di togliere tossico alla pillola: dopotutto, anche lei ha avuto qualcosa che non si sognava da ragazza e da legittima moglie di un professorino “liceale”. Qualcosa cui poteva vantare diritto, specialmente dopo le sofferenze della breve vita matrimoniale.
Ma che razza di consolazione s’inventa, a volte, l’impotenza ciarlona. In realtà, la gelosia mordeva ancora la mia carne stanca. Sed non satiata. Perfino la condizione di non convivenza stemperava un po’ la mia stizza.
Alla quale distillava qualche elisir di modesta consolazione il mobile ricordare che pascolava fra le mie poche ma incisive avventure galanti ambientate nella capitale. Via Veneto: passeggiate romane con Antonella, mescolate a scene della Dolce vita. Fontana di Trevi: Anita Ekberg che vi si bagna vestita, Marcello Mastroianni che ne lecca volto e forme con occhi estatici e trepide mani. E via rimemoramdo e combinando: l’Eur, Susanna che in quel quartiere abita.

Qualche ulteriore dettaglio solleva il capino dalla coltre di oblio disordinato e mi suggerisce che in quell’occasione io portai a Susy un libro di saggi di una studiosa (Lucia Prosperi) che ne dedicava due a me in quando autore di un libro su Diderot e di un originale saggio su Goethe uscito nella rivista del prof. Rama (con titolo coerente all’ispirazione di quel trimestrale fanaticamente puntuale: De corpore goethiano). Lei, tempo dopo, mi disse che li aveva letti entrambi, con piacere, ma io non le ho chiesto quanto ne avesse capito e apprezzato. Tanto meno se li avesse letti interi o solo in parte: dopo tutto, la sua esperienza esistenziale non le aveva lasciato tanto tempo da dedicare alla cultura e lettura. Epperò quel libro era bene una parte di me nelle sue mani. Una parte, in certo modo, di noi, che la riportava al nostro passato. Un rinvio che rendeva impossibile l’ininfluenza di quel dono.
In conclusione, inclino a crederle: li avrà (e dàgli!), li ha letti per intero. E magari riletti. Per rivivere quel tempo sgozzato. Ripensarsi in quelle gioie paure attese trepidazioni estasi. E magari sofferenze di molteplice conio. Ma non velenose al punto da guastare il sapore del copioso dolce che ci coinvolse.