venerdì 9 gennaio 2009

Susanna frammento sesto


16 settembre

L’uomo porse la gabbietta in fil di ferro al grosso gatto grigio. Dal balcone proteso parcamente sopra la stradina secondaria vedevo la scenetta. Dentro la trappola, un piccolo topo saltellava da una traversina all’altra. Come un fluido elettrico, la sua angoscia entrava nel mio corpo con un effetto empatetico intenso. Giù, nella straducola, bambini facevano cerchio intorno all’uomo accovacciato, al gatto impaziente e scodinzolante, al topo ghermito dal destino. C’era mio figlio fra quei bambini: avevo detto a mia moglie di portarselo via, di non farlo assistere all’odiosa scenetta, che tanto divertiva gli altri presenti. Uno scatto incontrollato di rivolta viscerale: che poteva capire un bambino di due anni? E tuttavia, la cosa mi riusciva molesta. Del resto, il bambino era precocemente sensibile, chi mi assicurava che non capisse e mi domandasse spiegazioni su quel dramma?
La gabbia si aprì, il topolino saltò fuori, il gatto lo coprì subito d’una perentoria zampa. Poco dopo l’ebbe in bocca. Assaporò la festa per qualche secondo, tenendolo fra i denti senza azzannarlo. Poi fece tre movimenti. Infine si leccò i baffi. Ed ecco ancora una volta il volto vero di ciò che chiamano dio.

Più tardi Giampiero mi chiese le temute spiegazioni sullo spettacolo. Perché il gatto ha mangiato il topo? Il gatto aveva fame, e i gatti mangiano i topi. Ma il topolino era vivo. Ahi! Ma, sai, poi il topolino uscirà dalla pancia del gatto e tornerà vivo. È tutto un gioco. Non mi parve convinto. A nessuno dei presenti, bambini ragazzini e adulti sulle soglie aveva sentito sbrodolare una simile ermeneutica del mors tua vita mea. Continuò con le domande, via via più imbarazzanti. E io a mentire come uno sprovveduto non convincente. Ma che cacchio gli potevo dire? Lo vedevo impressionato, tutto serio e pensoso. A due anni e due mesi e mezzo aveva assistito a una dimostrazione reale (idest, crudele) del senso primario del vivere: troppo precoce, come esperienza filosofica. Lo so, dimenticherà, il ricordo sprofonderà nel gran serbatoio dell’autodifesa mnestica. Il cosiddetto inconscio. Ma sì, un bambino farà presto a lasciarsi occupare da altri fatti e spettacoli, per lo più meno drammatici. Ma intanto, che bell’impiccio. E pensare che insegno anche psicologia.
Comoda conclusione dell’imbarazzo. In quel pozzo buio chiamato inconscio non si cancellerà del tutto la cruda pedagogia. La scenetta si annebbierà, particolari verranno cancellati, ma un segno rimarrà. Obliterato, e pronto a riaffiorare spinto da un richiamo compatibile. E a ricomporre, nell’essenziale, la visione oscena. Quali effetti potrà produrre sul bambino?
Forse esagero nei paterni timori e tremori. Forse.


Akiskene, 18 settembre

Rientro in Sicania, e trovo lo stesso genere di musica. Un giovane di 23 anni è morto in fondo a un pozzo, asfissiato. Tentava di controllare il motore per tirare su l’acqua. La sua famiglia è vicina di casa dei miei genitori. Era un bel ragazzo, e anche rispettoso e pacifico. Stamane, verso mezzogiorno, uscito per fare una raccomandata all’Enpas, mi sono imbattuto nel funerale. Molte ghirlande di fiori, varie macchine in corteo, tanta gente. L’evento ha colpito il vicinato. L’ingresso della chiesa di santa Sofia era coronato da immensi drappi neri. Poi ho preso l’autobus per Realpolia e al ritorno, sulla via Campicelli, dove abitava il ragazzo, siamo rimasti intrappolati nel corteo funebre, avviato al cimitero. Per un quarto d’ora circa siamo rimasti dietro il serpentone di gente e macchine, che avanzava lento. Ai due lati della strada, berline in sosta, uomini (pochi) e donne (tante) sulle soglie, spettatori d’ambo i sessi anche ai rari balconi. Guardavo le facce dei curiosi. Alcune erano “onestamente” indifferenti o appena incuriosite; altre, le più, affettatamente dolenti, poche veramente toccate dalla brutalità dell’accaduto (prevalenti, donne, e madri) fatto. Capannelli di curiosi commentavano, costeggiando qua e là il corteo e la colonna delle macchine. Dentro l’autobus, un deficiente di giovane bigliettaio scherzava grossolanamente sul morto sconosciuto, e per poco non mi fece esplodere. Al quartiere di san Giovanni, davanti alla chiesa, sul breve sagrato e sui gradini che lo saldavano alla strada, c’erano invitati di un matrimonio in corso di celebrazione. Stavano fuori perché la chiesa è piccola e non sempre può contenere la totalità degli invitati. Sposava un mio mezzo parente, vicinissimo di casa del giovane morto. Macchine del funerale e macchine dello sponsalizio s’incrociavano o si seguivano nella stessa direzione.
Insomma, il volto prevalente e normale della vita: tragico e beffardo. Ovverosia, indifferente. Come il mondo, di cui è la parte drammatica. La morte, un funerale, uno spettacolo. La gente che s’affaccia curiosa, commenta, conta le ghirlande, le macchine, misura l’accompagnamento, ne trae valutazioni sugli onori resi al defunto, sul rispetto dimostrato alla famiglia. Altri che sposano nello stesso giorno, nelle medesime ore del funerale, i due eventi s’incontrano, s’incrociano. I “matrimoniali” si sforzano di commuoversi, forse; ma certamente maledicono la coincidenza. Almeno, gli intimi degli sposi. Fra gli invitati ci sarà qualcuno che ne ride, magari divertito da questi scherzi del Caso, ma la maggioranza e quasi totalità è tuttavia abbastanza superstiziosa per indurre nel casualissimo chiasmo significati oscuri e timori chiari: quel morto ha gettato ombre sinistre sulla felicità degli innocenti sposi. E, chissà, qualche vegliarda in dimestichezza col paranormale forse ne dedurrà macule di colpa sul velo bianco della sposa o sul candore morale dello sposo (che però sono lontanissimi da ogni sospettabile macula). L’inventiva umana è inesauribile quando vomita perniciose stupidaggini sull’invisibile. Quanto a loro, gli sposi, stanotte dimenticheranno il morto col suo strascico di coincidenze e superstizioni. Per loro fortuna. Oppure se ne ricorderanno, magari in qualche improvviso flash birichino di Mneme giocosa?

20 settembre

Ha scritto il prof. Enzo Paci. E’ la seconda lettera che ricevo in questo mese. Una scrittura quasi indecifrabile. Voglio trascrivere l’ultima.

Caro Assaggi, ho trovato la sua lettera all’università. Le avevo già scritto alla Gazzetta dello Stretto, ma forse lei non ha visto la lettera. Grazie anche dell’articolo sulla Gazzetta [errore per Gazzettino] dei gelsomini, per quanto io abbia dei dubbi sul termine “decadentismo”. L’articolo su Sartre va molto bene – lei è fra i primi che abbia capito qualcosa. Le spedisco al suo indirizzo la Funzione [titolo completo Funzione delle scienze e significato dell’uomo] e l’estratto di un articolo che uscirà sul prossimo numero di Aut Aut. Nell’articolo c’è un breve riassunto del mio pensiero e della rinascita della fenomenologia in Italia (di questo argomento la Révue internationale de Philosophie parlerà. La famosa rivista dedicherà un numero intero a Husserl – con uno scritto che io sto preparando). Lei prenda nota di quello che dico in Fenomenologia e...[non capisco una parola]. Noti che io nel mio libro, ad un certo momento [?] dico che per certi aspetti il marxismo critica la religione, per altri il marxismo stesso si muove sul piano di interessi religiosi. Veda quello che dico dei rapporti tra marxismo e religione alle pagg. 359 – 60 di Funzione. Le mando anche il Diario fenomenologico.
Con i più cordiali saluti e ringraziamenti, suo Enzo Paci

Lettera di Enzo Paci del 2 sett.

Caro Assaggi, grazie di aver ricordato Aut Aut e il mio saggio su Les mots nel suo interessante articolo Un soffio sul fuoco. Perché non ritorna sull’argomento parlando anche della Critique?
Con i migliori auguri di buon lavoro. Suo Enzo Paci

La lettera, indirizzata così: Paolo Assaggi. Gazzetta dello Stretto, Zancle mi è stata rispedita da quelli della Gazzetta (ma, credo, personalmente da Ciaccò) a Siderato di Calamagna.

9 ottobre, ore 23,30

Commemorazione, oggi, sui giornali e nella televisione, del Vajont. Giusto un anno fa accadeva quel disastro immane, così poco naturale, così e tanto umano. Accadeva quanto si prevedeva, quanto s’era previsto, e tentato, invano, di scongiurare: vinse, ha vinto, il Valore che continuerà a prevalere e dominare in questo schifo di società prona al dio profitto. E che però si pretende democratica civile cristiana; e, nella sua sezione che qui è chiamata in causa, si vuol dire la borghesia italiana delle imprese e speculazioni annesse, è anche attentissima a non inquietare col benché minimo sospetto la pasciuta pace dell’Oltre-Tevere.
Chi tentò, negli anni e nei mesi precedenti la tragedia, di torcere all’evidenza dei drammatici rischi prevedibili l’ingordigia di imprenditori ingegneri collusi e altre complicità politiche prive di scrupoli, fu deriso, accusato di allarmismi ideologici, sospettato di complicità occulte con forze economiche concorrenti e alternative. Tanti paesi distrutti, 2500 corpi umani inghiottiti dall’infernale combutta tra acqua e fango, scatenata dal cedimento della diga. La diga fatale, che mai avrebbe dovuto sorgere in quel sito scricchiolante. Mai, se homo edens non fosse, in troppi esemplari, ignoranti e colti, un bulimico del profitto e un devoto di Mammona-Moloch: quale spanciata di carne umana, in gran parte tenera di tempi e di innocenza, ha fornito alla bifida divinità la combriccola creatrice della Diga!


10 ottobre

Sul Gazzettino è uscito, oggi, l’altro mio editoriale dedicato all’America infetta, Il rapporto Warren offesa alla verità e all’intelligenza, sopra il titolo un simil -occhiello promette Argomenti per la storia (denominazione di una specie di rubrica fissa). Grande rilievo al pezzo, titolato su cinque colonne, e con inevitabile (data l’estensione) rinvio alle “Continuazioni” dell’ultima pagina. Come per il Goldwater, insomma. E purtroppo con la medesima “stranezza”: manca il nome dell’autore. Lo stesso amico ridacchia: “Gli piacciono troppo, te l’ho detto.” “Ma posso credere a tanta piccineria?” “Ha chiarito l’altra volta?” “No.” “Vedi? E non lo farà neanche questa.” “Ha detto che l’ha dimenticato. Ma questi sono veri e propri furti.” “Sì, furti …d’autore.” “Protesterò più vibratamente, e gli dirò che attendo la restituzione anche dell’altro articolo.” “Auguri.”
Inutile riassumere lo scritto: il sunto è già nel titolo. Certo che fa impressione leggere sui grandi quotidiani americani un’approvazione quasi unanime di quel documento “confezionato” per insabbiare. Eccone un esempio: “Il rapporto della Commissione Warren è un resoconto ampio e convincente sulle circostanze dell’assassinio del presidente Kennedy. […] I fatti, esaurientemente raccolti, controllati con imparzialità e presentati in modo persuasivo, distruggono le basi delle teorie della cospirazione, sviluppatesi come erbacce in questo Paese e altrove” (New York Times). Il New York Herald Tribune fa di meglio: polemizza, con risibili ragioni storiche, contro lo scetticismo europeo. Rileggiamo, quaderno (che hai portato in grembo l’articolo in gestazione): “E’ in Europa che la teoria della cospirazione per spiegare la morte del Presidente è stata in maggior misura accolta con favore. E’ in Europa che, specialmente da parte della sinistra, si è più che mai ansiosi di considerare l’intera triste vicenda, compresa la stessa formazione della Commissione Warren, come un mostruoso intrigo”. Malafede della sinistra, sempre pronta a scagliare sospetti e accuse peregrine a quella meraviglia di Civiltà. La quale, al massimo, liquida qualche presidente infetto di aliena divergenza: ha una tradizione da difendere, dopo tutto, no? Insomma, niente complotto, niente misteri, tutto chiarito, tutto chiaro. E luminoso come l’aurora di un Mondo Nuovo. Leggiamo: “Ma coloro che leggeranno con mente aperta il voluminoso e palesemente onesto rapporto della Commissione non potranno non concludere che la Commissione stessa ha fatto veramente quanto di meglio menti giuridiche avrebbero potuto fare, con vaste risorse, per cercare e reperire i fatti. Le loro conclusioni hanno fatto svanire il fantasma di un torbido complotto”.
Conclusioni subito accolte dalla stampa borghese italiana, con più o meno vivace e ostentato entusiasmo, dal famigerato Tempo alla più flessibile Stampa, che offre una specie di peloso contentino alla sinistra: “Il presidente Kennedy fu ucciso da Lee Harvey Oswald. Nessuno aiutò l’assassino a compiere il suo crimine. Non esiste nessuna prova che autorizzi a credere che dietro il feroce delitto di Dallas ci sia stato un complotto ordito in Russia, a Cuba o in qualsiasi altro Paese. Oswald fu a sua volta colpito a morte da Jack Ruby senza che i due uomini si fossero mai visti né conosciuti in precedenza”. Niente complotti, né da destra né da sinistra. E siamo contenti tutti. Anche i parenti stretti dell’eminente vittima (così dicono “le fonti”). Tranne pochi irriducibili. Fra i quali mi onoro di schierarmi, più che mai convinto del complotto e avvinto agli argomenti che, leggendo illustri commentatori, svolgo nell’ampio articolo: complotto della destra reazionaria, petrolifera, imperiale e negrofoba. Parere fatto proprio dalla grande stampa francese e dallo stesso De Gaulle. Neanche la stampa nord-europea beve la frottola del “non complotto”. Quanto al sempre lucido Bertrand Russell, ecco come la pensa: il Rapporto è “un documento spiacevolmente incompetente [che] copre i suoi autori di vergogna”. Circola già un libro a difesa della lettura complottistica dell’evento: è dell’onesto Thomas Buchanan, e già tradotto in diciotto lingue: s’intitola Chi ha ucciso Kennedy, ed è un ritratto spietato dell’altra America, quella goldwateriana, “l’oligarchia più potente e ricca del mondo”, ma, caso unico, “composta di individui che non hanno l’istinto degli uomini d’affari, ma quello dei giocatori d’azzardo”. Insomma, sono i bei tipi che credono possibile una guerra atomica vincente, “soprattutto se attaccassero per primi”. In un Rapporto da Dallas, Nerin Gun, su Epoca (8 dic.‘63) illustra con dettagli raccapriccianti il clima di Dallas fanaticamente ostile a Kennedy, additato come un traditore sovietizzante ed effigiato in manifesti murali largamente diffusi con la scritta Wanted. Alla notizia della morte, alunni e insegnanti di certe scuole texane giubilarono. E si udivano ragazzi gridare: “Che bellezza! Papà sarà così contento che mi comprerà l’auto che mi ha promesso!” L’inglese Daily Worker scrive: “Ciò che è avvenuto dopo l’assassinio di Kennedy dimostra quanto potenti siano le forze di destra negli Stati Uniti. L’annacquamento del Rapporto Warren è un servizio reso ad esse”. Il curioso è che lo stesso Warren ebbe a dire, al momento di iniziare le indagini, che molti fatti legati al delitto Kennedy “non saranno rivelati per varie generazioni.”
Un po’ deluso rimane anche Ricciardetto, che fu tra i primi a sospettare un diabolico complotto. Naturalmente, cubano. Anzi, sovieto-cubano.

31 ottobre, tarda sera

Il sideratese Gazzettino uscito oggi ospita il mio lungo articolo su Sartre, occasionato dal rifiuto del Nobel. Titolo del saggio: Genesi di un gran rifiuto, una specie di occhiello recita: Itinerario di Jean Paul Sartre. Il cubitale titolo si stende su sette colonne, il testo occupa due colonne piene e quattro mezze della terza pagina, e un bel po’ ancora di spazio sull’ultima. L’occasione mi ha ispirato una presentazione globale del poliedrico Sartre, articolata per titoli differenziali e specialistici: “Il filosofo”, “Il romanziere”, ecc. Ecco l’incipit: “Quando il premio Nobel per la letteratura fu assegnato ad Albert Camus, Sartre pare abbia detto: gli sta bene. Poteva accettarlo lui, oggi? Quel premio è troppo ‘caratterizzato’: viene da gente che è in regola con la società e in pace con la vita. Anzi, ambirebbe, giusta il regolamento, concedersi ad autori che abbiano contribuito, con l’‘ispirazione idealistica’ della loro opera, al progresso dell’Umanità con la maiuscola. Sartre ha indubbiamente contribuito al progresso dell’umanità, ma non certo con l’ispirazione ‘idealistica’” (nel senso nobelesco).

7 dicembre, Akiskene, ore 19,30

Dopo quasi due mesi (a parte la nota sul Sartre del “gran rifiuto”) di silenzio assoluto mi riprende il prurito del piccolo diario, o almeno del quaderno-zibaldone. La mole degli eventi è tale, che sarebbe impossibile tentare di darne un riscontro completo, fosse pure per anemici accenni. Selezionerò, dunque, con avaro rigore.
Cominciamo coi “grandi eventi” della mia piccola storia culturale privata. Dal 19 settembre, la corrispondenza illustre mi si è ingrossata: ne diamo notizia, per le...nuove generazioni.
Ancora una lettera di Paci. Questa indirizzata ad Akiskene, via Roma, 55 – 57, mia dimora domiciliare, dove trascorro le vacanze scolastiche, in attesa del trasferimento (non bramato). Risponde a una mia lettera accompagnata da un ritaglio del mio articolo su Funzione delle scienze e significato dell’uomo, l’ultimo libro del filosofo, gentilmente (e speranzosamente) inviatomi in omaggio dall’autore, in vista della presente recensione (propiziata anche da una gentile dedica autografa).

Via Burlamacchi n.11, tel. 54 10 26
Milano
Caro Assaggi, la ringrazio della sua recensione a Funzione delle scienze. E la ringrazio del suo interesse per la mia opera. Ho visto anche il suo articolo su Valori. Valori è serio e molto bravo, le consiglio però di leggere, – oltre noi italiani – i testi degli autori che hanno fondato la fenomenologia. Presto uscirà un’antologia fenomenologica a cura di Carlo Sini, presso Garzanti. Farò in modo che le venga spedito.
I più cordiali saluti
Enzo Paci

Mentre la lettera di Paci viaggiava verso la sicanico-liotrica Akiskene, io rientravo a Siderato Marina, il bel paesone calamagnese; cosicché, non avendola ricevuta, ho temuto che il professore non avesse risposto. Perciò gli mandai un’altra lettera con un secondo ritaglio dello stesso articolo, nel frattempo uscito sul Gazzettino del 24 ottobre, e quindi da questo ritagliato. Ecco la risposta pacifica:

4 novembre
Caro Assaggi, le avevo scritto ad Akiskene (dove bisogna scrivere?). Il suo articolo è bello, scritto in modo fluente, e, per un quotidiano, abbastanza fedele. Anche l’avviso[sic] dell’eclettismo non mi ha affatto offeso. Mi riconosco – sia pure in parte – in quello che lei ha scritto. Non pensi che mi sia dispiaciuto. Anzi, la ringrazio.
Devo farle notare, per un’altra volta, alcune inesattezze: 1) Non sono anconitano, ma di Monterado, provincia di Ancona: è meglio dire “marchigiano” o “monteradese”. 2) Nel testo dell’articolo c’è Funzione delle coscienze errore di stampa. 3) Tempo e verità nella fenomenologia di Husserl è del 1961.
Il risveglio dell’interesse husserliano è del 1955-56. e dovuto al fatto che la relazione doveva radicarsi al soggetto fondante e alla monadologia dei soggetti. Bene quello che dice della Lebenswelt e dei Leibe.
Mi auguro che ritorni sull’argomento, magari tenendo conto dell’interesse per la scienza che si rivela negli ultimi Sensi delle parole in Aut Aut e delle operazioni dei soggetti (operazionismo fenomenologico).
La ringrazio ancora e la prego di gradire i miei più cordiali saluti.
Enzo Paci

Nell’articolo avevo scritto 1951 come data di pubblicazione di Tempo e verità, riprendendo, senza riflettere, un errore della copertina di Funzione delle scienze. Questo errore me ne aveva figliato un altro, facendomi correggere la data giusta, segnata nel dattiloscritto, del “risveglio fenomenologico”, con quella sbagliata indotta dal primo abbaglio. Monteradese: vedi precisione patriottica. Io dicevo anconitano come direi liotrese di me. Per indicare la provincia. Ma sembra che Paci ci tenga alla gloria del suo paesino natale (intravede già il monumento in bronzo sulla piazza principale?). Eclettismo: è l’accusa (benevola, neppure una vera accusa) mossa a Paci nel 1961, nel primo saggio sul suo pensiero. Piccolo significato morale del gesto: io non vorrei lisciare nessuno, mai, neppure i “grandi”. Sensi delle parole: Il senso delle parole è una rubrica della sua rivista. Valori: avevo mandato a Paci una mia vecchia recensione al libro di Paolo Valori, Il metodo fenomenologico e la fondazione della filosofia, apparsa su Teoretica, la rivista del prof. Lastrada.
A questa lettera risposi annunciando, tra l’altro, la prossima pubblicazione di un articolo in cui metto a confronto il pensiero di Abbagnano con quello di Paci sulla scienza. Confronto in apparenza limitato, ma di fatto implicante una comparatio più larga, che attraversa necessariamente le rispettive valutazioni della fenomenologia husserliana: due posizioni che si presentano in sommessa o sottintesa polemica nei loro scritti. Paci non ha risposto alla mia lettera. Già una prima volta la nostra corrispondenza si era insabbiata sul nome di Abbagnano. Semplice coincidenza? Giochi del Caso? Oppure, più plausibilmente, quando gli parlo di Abbagnano, Paci silet? Non ne vuol sentir parlare? Eppure, un tempo il Monteradese era poco più che un’entusiastica appendice del filosofo salernitano. Mi pare di vedere, nei loro rapporti, l’eterna vicenda dei fratelli separati, dei grandi protagonisti del Pensiero che procedono concordi per un più o meno lungo tratto e poi si allontanano l’un dall’altro, ciascuno segue una personale via e vicenda, e infine si scontrano (quasi sempre per, e con, incidenza di fatti e fattori pragmatico-biografici). Una nuova coppia Gentile-Croce, Platone-Aristotele, Schelling-Hegel (salve le diverse dimensioni storiche fra quel blocco e la coppia)? O la versione dialettica maestro-discepolo, padre-figlio, con la fisiologica ambivalenza amore-odio, consenso-dissenso? Un po’ di tutto questo, direi. Un florilegio di emozioni pensose.
Verso la fine di ottobre, ritornando da Siderato calamagnese in Akiskene sicanica, ho trovato in casa le bozze del mio articolo filosofico che dovrebbe apparire sulla rivista di Volpicelli I Problemi della pedagogia. Si tratta di una “appassionata” stroncatura del libro più strampalato che abbia letto negli ultimi mesi: un viaggio euforico attraverso la scienza più aggiornata che finisce in gloria, celebrando la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, infrangibile forziere di verità rivelate, il papa, l’intera gerarchia competente, e perfino monaci e suore, tutta gente, a sentire l’imbranato autore, repleta di sante virtù, altruismo, spirito di sacrificio e altro nettare elisio. Che sfogo salutare poterle cantare papale papale a certi tangheri papalini!
Ho rispedito le bozze corrette, accompagnandole con una lettera nella quale, tra l’altro, manifestavo l’intenzione di fare l’abbonamento alla rivista per il mio liceo. Volpicelli ha risposto con questa lettera:

Caro Assaggi, le ho fatto spedire il numero speciale della rivista dedicato alla Scuola rumena. Ci sono cose interessanti. Ad esempio, hanno messo un maestro per ogni disciplina fin dalla prima classe elementare. La cosa si inserisce in una rivalutazione della materia d’insegnamento, che, vedo, sta facendo proseliti in USA. Le sarei molto grato se ne potesse parlare sulla Gazzetta dello Stretto. Vorrei far vedere ai rumeni che il fascicolo ha destato interesse.
Molte grazie di tutto e cordiali saluti
Luigi Volpicelli

Anche Volpicelli ha una grafia “faticosa” (la stanno “attaccando” a me). Ho ricevuto il fascicolo annunciato dei Problemi, l’ho letto in buona parte, e ho scritto l’articolo richiesto in due versioni: una più lunga, che dovrebbe uscire sul Gazzettino, e una breve, che è già apparsa sulla Gazzetta zanclesca del 24 novembre, col titolo Cultura rumena (una colonna e due terzi, circa).
Prima di fare l’articolo, avevo risposto a Volpicelli promettendogli di scriverlo. Coglievo l’occasione per offrire la mia collaborazione alla rivista, iniziando con recensioni di testi filosofici o letterari. Ho avuto questa risposta:

Caro Assaggi, di ritorno da Bruxelles trovo la sua lettera del 16. La ringrazio vivamente. Sarò ben lieto di pubblicare Sue recensioni quando vorrà. Non ho ancora ricevuto il giornale, ma intanto la ringrazio vivamente anche di questo.
Con molta cordialità, mi creda
Suo Luigi Volpicelli

Qualche giorno dopo, ho spedito un ritaglio dell’articolo gazzettiero Cultura rumena, con una lettera in cui, ahimè, proponevo al direttore due miei saggi su Camus per un esame che ne giudicasse l’eventuale ricevibilità sulla rivista. Mandavo anche un ritaglio della mia recensione al bel libro di Meschkovsli, Mutamenti nel pensiero matematico.

Volpicelli mi ha risposto con questa cartolina intestata a I Problemi della pedagogia

Carissimo, grazie! Assai bene la recensione a Meschkovski. Mi mandi il saggio su Camus. Rielabori per me una recensione a Meschkovski. Il numero in cantiere della rivista esce fra giorni.
Cari saluti
Volpicelli

Ho mandato i due saggi camusiani, ma con la quasi certezza che non saranno accettati per la rivista, così dichiaratamente filosofico-pedagogica: non sono adatti, stonerebbero, ma ho voluto tentare. Vedremo. Non sarà la fine del mondo, se Volpicelli li respingerà per ragioni tecniche. Magari li dirotterà verso altra rivista di sua conoscenza e di tematica pertinenza. Ho messo in busta anche una lunghissima recensione-analisi all’ubertoso, stimolante libro di Erich Kahler, La torre e l’abisso. Mi era stato inviato, a suo tempo, da Bompiani in “omaggio per recensione”. Il rapporto con l’editore risale al tempo del mio primo articolo su Camus, tre anni fa. Allora Bompiani mi ringraziò, entusiasta, con una letterina autografa, dicendosi pronto a mandarmi in omaggio tutti i libri della sua editrice che io volessi recensire. La cosa mi stupì, perché io non gli avevo mandato nessun ritaglio (non conoscevo neppure la “pratica del ritaglio”); e m’incoraggiò (ma non so se fu soltanto un bene) nella rischiosa vocazione di recensore, divoratrice di tempo e fatica. La mia ingenuità di principiante ignorava ancora l’efficienza dell’Eco della stampa verso i grandi editori. La recensione è stata scritta l’inverno scorso, ma per un periodico culturale è sempre “fresca”. Non ho ancora mandato, invece, la recensione a Meschkovski (“rielaborata”).
*
L’evento più coinvolgente di questo periodo è stato la pubblicazione sulla Gazzetta del 10 novembre di un mio corsivo polemico sulla critica in Italia. L’articolo (titolo: Ma la frusta è davvero in soffitta?) prende lo spunto dal dibattito sulla critica in Italia ospitato dal settimanale L’Espresso del 4 ottobre e da un articolo di Enrico Emanuelli sul Corriere della sera dell’11 ottobre. In quest’ultimo si deplora la scomparsa, nella critica militante italiana, della stroncatura (o comunque dell’onesta severità: la frusta, appunto).
Il mio intervento svolge la tesi che, se la critica italiana (al contrario di quella anglo-americana, difesa dai convenuti) è, nella stragrande maggioranza dei suoi esponenti, davvero accomodante (salvo capricciose eccezioni “personalistiche”), non è però vero che non ci siano eccezioni serie. E cito, illustrandolo, il caso Gulizza, critico onesto, senza peli sulla lingua, capace, al caso, di stroncature impietose, ma tutt’altro che umorali e capricciose, anzi ben documentate nei puntuali rilievi negativi. L’articolo rinfaccia anche il silenzio dei conversanti su quel nome, da tempo ostracizzato proprio per il suo “ben fare”. L’intervento, “commissionatomi” da Gulizza tramite l’amico comune Rama, è piaciuto al “committente”, il quale mi ha telefonato lusingandomi con “la stoffa del grande giornalista”, che io possiederei (come dono degli dèi a me poco noto?). Be’, mi ha fatto piacere, sapendo che il terribile “Vecchio” è piuttosto avaro di complimenti, anche nel privato. E’ rimasto contento (mi fa sapere) pure della mia recensione al libro postumo del filosofo Ferrotti, da lui curato sulla base di appunti e provvisorie stesure parziali del defunto. Titolo del libro, Linguaggio del sogno, La recensione è uscita sulla Gazzetta il 20 ottobre.

Ho mandato un ritaglio dell’articolo sulla critica (apparso, intanto, anche sul Gazzettino sideratese col titolo Pane al pane) ad alcuni fra gli autori interessati (e citati). Einaudi, Arrigo Benedetti, Enrico Emanuelli, Alberto Moravia. Hanno risposto i primi tre. Per l’editore risponde l’addetto stampa, Ferrero, che mi ringrazia cortesemente e annuncia l’invio (per recensione) di due nuovi libri: Il cacciatore, di Cassola, e un recente romanzo americano.
Emanuelli mi ha scritto una simpatica letterina (su foglio intestato al Corriere) spedita all’indirizzo del Gazzettino (il cui direttore, “per errore”, l’ha aperta e letta). Eccola.
Corriere della sera. Sezione letteraria-culturale Milano, tel. 63-39 (urbano) 665 - 941 (interurbano) 5044/27. 11. 64 [questa la cornice a stampa del foglio intestato]

Milano, 25 novembre 1964
Gentile Assaggi,
grazie per il ritaglio, che mi ha fatto molto piacere. Non sono abbonato a nessun “Eco della stampa“, e quindi non l’avrei altrimenti visto.
Le cose che lei scrive sono giuste; le condivido. Ma lasciamo da parte l’accusa di “non fare i nomi”. Come, d’altra parte, sarebbe possibile? Certe cose si sanno ma non si possono “provare”. Per esempio: che il critico X, di un quotidiano milanese, sia anche consulente della casa editrice Garzanti, lo si dice, ma come provarlo? Quindi tutto resta, per forza, allo stato fluido.
Si tratta di far aprire gli occhi al pubblico, di metterlo in guardia. Non si può andare, purtroppo, più in là.
Molti cordiali saluti dal suo
Enrico Emanuelli

Ho risposto a Emanuelli, ringraziandolo a mia volta per la sua cortese disponibilità, convenendo con lui sulla difficoltà del “fare nomi”, e suggerendogli infine, con un giro “dialettico”, di leggere Gulizza. Non ha scritto più. E in fondo non mi aspettavo un’altra immolazione del suo tempo ingorgato. Il nome del Maestro proibito, del resto, provoca simili non-risposte. Ho consultato la Storia del romanzo italiano del Gulizza al nome-paragrafo Emanuelli e ho visto che l’autore della famigerata Storia lo tratta piuttosto avaramente (secondo suo costume).
Ha risposto anche Arrigo Benedetti, al quale, tra l’altro, rimproveravo, garbatamente, di non avere fatto seguito a una mia lettera di due anni fa, che lo pregava di far pervenire ad Alberto Moravia il mio primo articolo su di lui (apparso sulla Gazzetta col titolo, provocatorio, di Ciaccò, Decadenza di Moravia). La letterina di Benedetti, indirizzata al Gazzettino

Roma, via Monserrato 20
25 npv 64

Caro Assaggi,
grazie di avermi inviato il ritaglio. Ho letto con interesse il lungo corsivo, anche per la parte che mi riguarda.
Se lei non ebbe risposta, è perché forse non ebbi il suo articolo giacché io risponde sempre.
Rinnovo i ringraziamenti e aggiungo i più cordiali saluti
Suo Arrigo Benedetti

Ho risposto ringraziando e manifestando la simpatia con cui lo seguo su L’Espresso. E naturalmente, accettando la spiegazione (del resto plausibile) del suo silenzio epistolare dietro l’invio del ritaglio moraviano. Le redazioni! I giornalisti-tipo! Gli editori degli autori frustati!

10 dicembre, ore 23

Mi sono stufato di questa processione di lettere e risposte con ricami circostanziali: come farla accettare ai probabili (anzi, improbabili) lettori del 2050? Bisogna che stacchi per un po’. E che riprenda la cronaca spicciola e gli affetti quotidiani.
*
Cominciamo dalla famiglia. Rapporti con Rina, ma femme: ondulati come l’esistenza quotidiana. Con creste e ventri diagrammatici modulati dalla sua impulsività e dal mio self control non sempre eccelso. Contingenze scatenanti dei rapsodici attriti, il mio eccesso di carta in casa (libri, giornali, riviste... ), il troppo (secondo suo metro di massaia) tempo dedicato alla mia attività cultural- giornalistica, la mia idiosincrasia per le lezioni private (che riduco al minimo inevitabile), qualche telefonata di alunne, a suo parere non abbastanza allenate alla distanza pedagogica (traduco il suo malumore verbale nel mio slang). In realtà, il nocciolo duro (come si dice nella koiné televisiva) dell’inghippo causale (sic) è questa mini-sequenza logica: se legge e scrive tanto (oltre a fare lezione a scuola), si affatica più che a fare lezioni private. Ma l’attività culturale, come è costretto a praticarla lui, rende poco; le lezioni, al contrario, potrebbero integrare validamente il magro stipendio: perché dunque le rifiuta? Forse la mia “mezza arancia” mi attribuisce una dose esorbitante di masochismo. E io non so se abbia torto o ragione. A volte veramente mi fa dubitare della mia vocazione. E tutte le nobili parole che si recitano quando si tratta di Cultura mi sembrano vesciche gonfie di flatus vocis, pronte a scoppiare al minimo tocco della ruvida realtà antropica.

Tra le alunne che non rispettano la corretta “distanza pedagogica” una in particolare suscita le diffidenze di Rina: telefona un po’ troppo, secondo la mia sospettosa metà. Mi prende per... suo fratello? Lui sì, che è un dongiovanni. E, con mio disappunto, ne possiede, intero, il fisico (ah, le physique du rôle, questa tormentosa assenza nella mia sartriana situation!). Lei, l’innominata, è certamente una gran bella ragazza, ma è anche seria e di buona educazione familiare. In verità, Rina è gelosa di tutte le femmine che destano il mio interesse estetico. Non si convince dell’esclusiva estetica. E se pensi, quaderno confidente, che le mie tre classi sono tutte e tre al toto-femminile, vedi bene che occasioni di gelosia per Rina non mancano.
Giampiero ci dà qualche problema con la salute: cinque-sei volte l’anno prende febbre e mal di gola. Forse dovremmo “tagliare” le tonsille. Ma è ancora troppo piccolo.

15 dicembre, ore 22’30

L’Innominata della seconda classe sezione E oggi s’è messa in evidenza ancora una volta, chiedendomi di ripetere la spiegazione della sillogistica aristotelica, che io avevo completato la lezione scorsa. Dice di parlare a nome della classe, e aggiunge, di suo, che ha saputo, da certe amiche di altri corsi, che l’argomento, in tutte le altre sezioni, viene trattato, dai miei colleghi, in maniera assai “più leggera”. Ho replicato che le avevo avvertite di questa “singolarità”, e non senza giustificare la maggior copia di informazioni presentate nella trattazione della logica in generale e nella sillogistica in particolare. Ad ogni modo, ho ripetuto gli argomenti già esposti: vorrei allenare i loro cervelli (così poco inclini alle meditazioni astratte) a un maggiore impegno sequenziale. Per questo fine (forse discutibile, forse inutile, ma non credo del tutto sterile) ho trattato e spiegato tutti e quattro gli schemi o figure sillogistiche, con l’aggiunta dei modi della prima figura, memorizzabili mediante le parole mnemotecniche Barbara, Celarent, Darii, Ferio. Ma naturalmente accetto volentieri di ripetere la lezione, in tutto o in parte, quando me lo chiedono così gradevoli creature. Ho invitato a ripetere, sotto mio controllo, una o più volontarie del manipolo brave. E’ venuta alla lavagna la più sicura. E così, con la valletta al fianco, ma non muta come in televisione, abbiamo (pluralis modestiae) ripetuta la lezione. La girl, intelligente, studiosa e carina, ricordava anche la simbolistica delle figure e ne ha scritto sulla lavagna la versione schematica, spiegandone il senso. Ho chiesto anche qualche esempio di personale invenzione per ciascuna delle quattro. Alcuni li ho aggiunti io, tornando a bussare a quelle testoline (mi si drizza in mneme un ricordo leopardiano: “non cape in quelle anguste menti…”. Naturalmente, per respingerlo). Ho sollecitato, ma con scarso successo, il resto della classe a tentare qualche esemplificazione. Del resto, è ancora presto per pretendere applicazioni estemporanee della teoria appena spiegata. Ho consigliato di provarci con comodo nell’atmosfera distesa delle proprie case e riferirne, poi, a scuola. Nonché consigliato alle più brave di cimentarsi con i modi delle altre figure, cogliendone somiglianze e differenze. Ma senza insistere troppo nel consiglio.

L’Innominata mi ha telefonato, e per fortuna (cioè, per evitare chiacchiere con Rina) ero solo in casa. Il pretesto era un chiarimento di logica. Anzi, la richiesta di un parere su un personale tentativo di esemplificazione sillogistica della terza figura e del secondo modo della prima. Pretesti, dicevo, ma fondati, non pretestuosi (questa precisazione è ad usum delphini. E il delfino resta anonimo). La stessa alunna si è mostrata molto attenta quando ho rievocato il Vajont. E oggi il Caso mi ha fatto trovare in una tasca di una smessa giacca un taccuino in cui ho annotato, lo scorso anno, primo della conoscenza fra me e queste classi, lo sguardo indagativo della innominata qui in ballo: ho visto che il giorno è il 9 ottobre. Passo sotto silenzio il lampo sinistro della coincidenza: qui una piccola emozione gradevole, là, nei paesi della tragedia, l’immensurabile strazio.
*
Riprendiamo con le lettere? Si è rifatto vivo, lo scorso 11 settembre, anche Vittorio G. Rossi: con un Saluto affettuoso su una bella cartolina illustrata di santa Margherita Ligure, indirizzata a Siderato. Altro “contatto” il 24 ottobre. Ha mandato uno strano foglietto con un simpatico disegnino: un cane proteso, abbaiando, suppongo, verso una lunetta rotonda sorridente e ammiccante. Sotto la luna queste parole: Caro Assaggi, da molto tempo non ho notizie tue. Come stai? Affettuosamente, il tuo Vittorio G. Rossi, Roma 24 ottobre.
Ho risposto spiegando il mio silenzio con gli impegni di lavoro, che mi hanno portato lontano da certe letture (vale a dire dai suoi libri) e proponendogli una mezza intervista. Ha mandato un’altra bella cartolina illustrata (anch’essa a colori e di nuovo con soggetto Santa Margherita) e queste parole:
Caro Assaggi, sono venuto qui per votare. Appena torno a Roma rispondo alla tua lettera. Intanto ti mando un saluto affettuoso.
Vittorio G. Rossi, Santa Margherita 23 novembre

Ancora sto aspettando, ma senza alcuna ansia, la sua lettera: continuo ad essere distratto da altri interessi culturali, molto lontani dai libri, pure spassosi e utili (per la lettura fisiologica) del mio illustre amico.
Ah, la magia delle fanciulle in fiore fulminanti dai banchi (vecchi e così poco coerenti con tanta fioritura) di un istituto magistrale imprigionato in un decrepito palazzotto non del tutto immune dal rischio crolli! Specie alluvionali.

16 dicembre
Mi ha scritto anche Répaci, in questo periodo: sul “prammatico” foglio intestato al Premio Letterario Viareggio Il Presidente, Roma, 26 ottobre 196...
Caro Assaggi,
scusami l’enorme ritardo con cui rispondo alla tua. Prima c’è stato il Premio con i suoi strascichi, poi la vacanza a Palmi, dove ho fatto i bagni tutti i giorni, con le cicale che venivano a cantarmi nelle orecchie. La prossima estate ti voglio alla Pietrosa, che è certo il posto più bello del mondo. Berto ha tentato di creare un’alternativa tra Capo Vaticano e Pietrosa. Erano 12 persone a giudicare: Berto è stato battuto con punteggio 12 a 0.
Ho letto sul Gazzettino, completo, l’articolo pubblicato prima sulla Gazzetta dello stretto. Sei sempre troppo buono con me. Grazie di cuore.
Come saprai, col gennaio gli amici mi vogliono alla direzione del Gazzettino dei gelsomini. Ci dovremmo vedere per disporre il lavoro. Tu naturalmente sarai il titolare della critica letteraria. Speriamo pure di poter dare qualche soldo ai collaboratori.
Per mezzo di Titta ti farò avere Giramondo e Amore senza paura . Il primo libro è la prefazione al romanzo.
Tante care cose, amico Assaggi, e buon lavoro
Il tuo Leonida Répaci

Il buon Répaci non sa che, contro i suoi progetti e sogni, il Gazzettino, invece, agonizza. O forse lo sapeva, quando scriveva quella lettera, e l’appello degli amici a lui era una speranza (o illusione) di salvezza? Forse, davvero, solo lui, con le sue amicizie, potrebbe salvarlo. Gliel’ho anche scritto, rispondendo alla lettera appena trascritta, incitandolo a interessarsene con interventi per impegni “pratici” (leggi, finanziamenti diretti di politici, pubblicità ecc.). Anche la cassaforte di casa potrebbe intervenire, ma la signora Albertina è un ministro delle finanze, mi dicono, oculatamente severo.

Gulizza mi ha proposto di pubblicare a mio nome una lettera di Verga ancora inedita, con suo commento fisiologico, sulla rivista di Luigi Fiorentino, Maia. Ho spedito il pezzo al professore poeta editore con le parole suggeritemi da Gulizza. Fiorentino mi ha risposto con una delle sue “esclusive” cartoline postali fitte di una grafia minuta che fa colonna al centro lasciando ampi margini bianchi che vanno allargandosi verso il basso.

Siena, 8. XI. 1964
Egregio Assaggi,
pubblicherò l’inedito verghiano nel n. 6 (XIX): il n.5 è già composto. Ne viene fuori però una cosa assai scarna. Bisognerebbe aggiungere almeno un’altra lettera inedita. Il tempo ci sarebbe.
Personalmente non sono d’accordo né con Gulizza né con lei né con Foti per questa forma di accanimento contro la taccagneria del Verga. Nel caso riesca ad aggiungere una seconda lettera – così spero – veda di ovattare questo aspetto del commento. In fondo si tratta di un grande scrittore e [lascia sospesa la congiunzione]. Per gli estratti non c’è nulla da fare. La situazione finanziaria della rivista è assai tesa e io mi rifiuto di addossarne la spesa (che è piuttosto sensibile) agli interessati. C’è poi la congestione della tipografia: per un qualsiasi lavoretto bisogna pregare, pregare, ripregare, tornare a ripregare infinte [lapsus per infinite] volte. Ne sono stufo. Mi comprenda, dunque, e mi assolva.
Le recensioni eventuali ai libri editi dalla Maia veda, se crede, di pubblicarle altrove.
Mi abbia, con saluti cordiali, Suo
Luigi Fiorentino

Ho fatto vedere a Gulizza la cartolina e mi ha suggerito di rispondere che “nei prossimi mesi non mi è possibile mettere le mani nell’arsenale verghiano del Gulizza”
*
Privato extraletterario. L’innominata lampeggia by shining eyes in direzione di ... Aristotele. Il suo indegno epigono e servitore sottoscritto sillogizza sul senso di quei flashes (peraltro, non scoraggiati dalla ... Filosofia).
*
Avevo proposto ad Alberto Mondadori di mandarmi libri in “omaggio per recensione”: mi ha donato tutti i titoli richiesti, più Le parole di Sartre. I richiesti sono: Remo Cantoni, Il pensiero dei primitivi; Jean Paul Sartre, Critica della Ragione Dialettica (due grossi volumi). Bella rogna mi sono procurato: va bene I primitivi, lettura certamente affascinante; va bene Le parole, di taglio narrativo-autobiografico (e autocritico): ma l’immenso mattone “bitomale” (due pingui tomi) come finirlo senza rimetterci la...salute? Ne leggerò una parte e qualche riassunto sparpagliato in saggi su Sartre. Magari lo finirò, ma non in tempi compatibili con la necessaria freschezza editoriale della recensione. E va bene così.
La casa editrice bolognese “Il Mulino” mi ha mandato, per la solita recensione passepartout, il desideratissimo volumone di A. Santucci, Esistenzialismo e filosofia italiana (1959!), del quale il prof. Nicola Abbagnano ha scritto che “fa onore” alla nuova e giovane scuola storiografica italiana (sarà un caso che l’autore parli tanto e tanto bene di don Nicola?).

lunedì 22 dicembre 2008

Susanna frammento cinque


23 agosto


L’incontro con Ciaccò ha evitato, ancora una volta, la rottura, o il calo di temperatura, che il suo ricorrente silenzio epistolare (magari non privo di giustificazioni di mia involontaria ispirazione) mi tentava a provocare e mi faceva temere. Ieri, nella ridente Giardini, alias Naxos, già prima colonia greca in terra siculo-ionica, c’è stato finalmente quell’incontro a tre che Ciaccò si provava a combinare da più di un anno. A Nasso, infatti, Mimì aspettava Gulizza, incredibilmente vincitore del Premio Calamagna, e atteso ospite dei suoceri del giornalista nella casa montana di Vallerossa. Il mio programma era di incontrare soltanto l’amico nella turistica cittadina e tornarmene a casa solo soletto. Invece l’insistenza degli amici mi ha portato prima in casa di quei suoceri, aggiunto ai commensali della programmata agape, e poi a Villa Jonica, la città del premio letterario. Al lauto e vario pranzo ricco di ghiottonerie di domestica fattura ispirata (quella suocera esperta in antiche ricette locali: una vera chef!) c’era tutta la famigliola Gulizza, Ciaccò e consorte; e un correttore di bozze della Gazzetta dello stretto.

Varie peripezie veicolari ci hanno fatto arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo. La sede del premio era il Lido Sibilla. Ho assistito alla prevedibile cerimonia della premiazione, ho conosciuto alcune personalità calamagnesi, ricevuto qualche complimento per i miei articoli sulla pagina culturale della Gazzetta dS. e del Gazzettino dg. E soprattutto ho fatto amicizia con il prof. Nino Pioppo, docente di medicina veterinaria presso l’ateneo Zanclese ed ex deputato nazionale del Pci: uomo poliedrico, tra scienza e belle lettere, amicissimo di Ciaccò e di Gulizza, collaboratore della Gazzetta. E come avevo immaginato, e poi saputo, artefice, con altri amici, della vittoria di Gulizza al Premio in questione. Avevo letto alcune sue cose (articoli critici e poesie) sul giornale zanglese e non ne avevo ricavato una grande impressione: l’incontro personale ha mutato i miei sentimenti (non proprio la valutazione critica). E’ un uomo semplice e cordialissimo, magari un po’ candide, ma sincero. Ha preteso subito che ci dessimo del tu, ed io, per la prima volta, mi sono arreso alle delicate insistenze di una persona autorevole e più anziana di me.

24 agosto, ore 20


Il mese precipita, le vacanze sono quasi alla fine, è tempo di bilanci. Che cosa ho fatto e che cosa non ho fatto, di quanto avevo previsto e semi–programmato, in questi tre mesi di ferie e di torpida estate? L’eterna domanda della mia pigrizia torna a picchiare sul tamburo stonato della coscienza. Con monotonia coerente, la risposta di sempre mortifica il mio tempo sciupato: poco, ho fatto, e molto di quanto speravo realizzare è rimasto nel limbo delle buone intenzioni senza nerbo. Sfogliamo.

Ho lavorato a due saggi minori su Camus e sono riuscito a finirli. Ma non ho sviluppato abbastanza la monografia che contavo di concludere entro questa ampia estate di giornate lunghe. Né ho completato il terzo saggio, di maggiore impegno, sullo stesso autore prediletto. La verità della pietra e La seduzione della Natura, i minori, possono tentare le vie della linotype (la rilettura paziente me ne conferma la validità), ma il volume che dovrebbe raccogliere tutti i miei sparsi scritti camusiani (la monografia è cosa a sé) si allontana di nuovo nella nebbia dell’incerto futuro. Lo segue il sognato e mezzo scritto (come tesi di laurea) libro su Nicola Abbagnano. E brancola, in un’improvvisa atassia, La danza palinsesto dell’arte, che Rama mi sollecita in omaggio e a nome del suo, e ormai quasi nostro, amico Gulizza. Ho pubblicato un articolo su Mastronardi e uno su Rèpaci, entrambi sulla Gazzetta d. s. e sul Gazzettino d. g. Quattro o cinque attendono la luce della stampa locale, qua e là. Ho anche cominciato, ma non finito, anzi sono lontano dal concluderlo, un saggio sull’amore in garbata polemica con Erik Fromm. Lo finirò?

La volontà di vivere è ancora e sempre altalenante: ora energica e zampillante, ora fiacca e disamorata. Al solito, trovo nel piccolo erede un energetico ricostituente. Ma non è facile vedere in rosa il suo futuro, e di conseguenza il mio, anzi il nostro (mio e di Rina). Ora sono stanco, stanco e “malato” più del solito. I dolori alla testa e alla colonna vertebrale ritornano con frequenza più fitta, episodi di vertigini e nausea mi tengono supino sul letto per giornate intere. Devo essermi stressato. Ma, penso, più che per il lavoro fatto, per quello non fatto. Vale a dire, per le promesse non mantenute. Agli amici, ma soprattutto, a me stesso. Ritorna (vecchia storia noiosa) il sospetto che non sia destinato a vivere a lungo. Anche questo pensiero mi incupisce: penso a mio figlio, che temo di non veder crescere abbastanza. E anche a Rina: che farebbe, da vedovella giovane? Qualche offerta di rimpiazzo non le mancherebbe, così bellina com’è… Pensiero, forse, poco generoso: lei non è il tipo di vedova virtuale pronta al rimpiazzo. Soprattutto, a quello del padre del suo bambino: un padrigno, forse, le ripugnerebbe dietro al suo vispo tesoro. Ma poi, vai a saperlo: le vie della diabolica improvvidenza sono più delle divine. Intanto dovrei vergognarmi di avere scritto qui pensieri tanto sciagurati.


Al contempo, come dicevo, traggo dal bambino la consapevole forza di resistere alla demoralizzazione. A volte sto a guardarlo mentre dorme. Il disegno delle sue forme rotondette, abbandonate alla beatitudine del sonno, mi riempie di trepidante tenerezza. E capita che l’onda emotiva tracimi in luccichii a stento frenati. Se lui si sveglia, lo prendo in braccio e lo copro di baci, stringendolo forte come per mimare una fusione di corpi. Il contatto della sua tenera carne premuta alla mia cancella il mondo esterno in una specie di estasi, un fermento di umori molteplici e in parte contrastanti: amore, ansia, speranza, paura si fondono in quel brillio poco virile che monta agli occhi arrossati di fatica contro ogni freno di inutile pudore. Ha due anni e due mesi ed è molto sveglio: parla di tutto, e si fa capire bene, capisce tutto quanto lo riguardi concretamente, interviene di continuo nelle mie cose, porta disordine e guasti fra le mie carte, scarabocchia libri e quaderni, taglia e sporca, se non lo si blocca in tempo. Capita che il danno mi intristisca, ma è questione di minuti; dopo, il disappunto cede il posto alla gioia per tanto attivismo e così estrosa vitalità. Mi rendo conto che devo frenarlo, inculcargli la nozione di limite e di non concesso, ma non mi riesce facile. Non si stanca mai di saltare correre giocare nei modi più vari. Ama uscire di casa e smania se non lo portiamo fuori, almeno nel tardo pomeriggio. E’ allegro, rumoroso, vivacissimo, e viene fuori con certe espressioni da farti scoppiare di gioia e sorpresa. Lo aiuta una buona memoria, che gli fa ricordare parole e situazioni anteriori di settimane e talvolta di mesi. Non consente che io lavori in sua presenza: in un modo o nell’altro, richiama la mia attenzione e finisce per concentrare totalmente su di sé il mio vagolante interesse. Insomma, lavorare, per me significa, essere libero dal piccolo invasore. Quando la madre o altro familiare lo prende in consegna, e solo allora, posso dedicarmi alle mie nugae. Lo so, scopro l’acqua calda. E’ egocentrico, assorbente, esclusivista come tutti i bambini che non soffrano tare, ma la vivacità e personalità sono sue; e per un padre sono sempre eccezionali. Non si stanca mai di giocare con me, e mi preferisce alla madre e a chiunque in casa e fra la parentela.



25 agosto, ore 23


Oggi, ai giardini pubblici, miei amici e compaesani mi hanno fatto gli elogi del bambino. Ciccio Bella mi chiede come ci si sente nella veste di padre; Mario Merisi completa: padre di così bello e vivace bambino. Dico che mi sento fiero, lieto, appagato. E preoccupato. Ai loro interrogativi perché rispondo come ripeto a me stesso in questo diario: è un ometto, un bambino precoce che mi riempie d’orgoglio, ma anche di malinconia; è la mia più sicura sorgente di felicità, ma pure la più spinosa delle mie preoccupazioni. So quanto sia fragile la carne di un bambino, e temo i mali che ogni padre appena sensibile teme per i propri figli, specialmente di questa tenera età. Vorrei che tutto il male che dovesse minacciare lui cadesse sopra di me e lasciasse lui indenne.

Come se uno straccio di padre malato potesse non riguardare “sospettosamente” anche il tenero figlio. Ho lavorato un poco, oggi, a uno degli articoli in cantiere per la Gazzetta d. S. Domani rileggerò e concluderò (spero).

Mi giungono altre cartoline dalle mie allieve del magistrale zefirese. Alcune particolarmente care. Eminente come un vessillo al vento la postcard “occhi di risacca” (appellativo rimemorante dell’Innominata).



26 agosto



Nella Gazzetta di oggi è uscito il mio articolo su Sartre con il titolo Un soffio sul fuoco, occhiello, Polemiche sull’ultimo Sartre. E’ venuto fuori abbastanza decente: pochi gli errori di stampa, e tutti evidenti. Per scriverlo, ho utilizzato molto gli appunti presi dagli articoli di Franco Simone apparsi sulla torinese Stampa e trascritti nel precedente quaderno. Togliendo, aggiungendo, inserendo citazioni e considerazioni personali, e soprattutto una citazione dal saggio di Enzo Paci sull’autobiografia sartriana Le parole (Aut Aut, luglio ). Vorrei mandare un ritaglio al prof. Paci, ordinario di filosofia teoretica all’Università di Milano. Ma chissà se lo farò: i miei desideri di rado si fanno decisioni. Mi piacerebbe riprendere i contatti con Paci, che tre anni fa mi scrisse, di sua iniziativa, per ringraziarmi del mio saggio ospitato da Teoretica, e mi mandò tanti suoi scritti (estratti della rivista), e in più il Diario fenomenologico, appena pubblicato, con lusinghiera dedica. Bah!

Ecco l’incipit dell’articolo: “La polemica intorno all’opera di Sartre non è affatto una novità: quella di oggi è soltanto una nuova tappa, “montata”, questa volta dai giovani più reattivi, da coloro, cioè, che un tempo erano sempre pronti a giurare in verba magistri. Ascoltiamo uno di questi critici giovani, Jacques Houbart, autore di uno spietato saggio: Un père dénaturé; essai critique sur la philosophie de Jean-Paul Sartre, (Paris, Julliard, 1964). / Secondo l’Houbart il pensiero e l’arte di Sartre sarebbero – scrive Simone – “l’espressione di una mentalità tradizionale, priva di aperture, del tutto insincera e inefficace”. La prosa di Sartre “provoca in Houbart una dolorosa vertigine”: in essa “il mondo fisico diventa metafisico, la chimica si trasforma in alchimia, il razionalismo diventa misticismo, gli uomini si tramutano in donne [sic!], Hegel diventa un giocoliere, Lenin un prete.” Sartre, insomma, sarebbe “un sofista” tarato “da una prudenza universitaria” che “riduce il vantato materialismo ad un idealismo mascherato” e deforma “l’ateismo in una metafisica dell’angoscia.” Di più: fraintende Marx e tenta di “sviare su posizioni borghesi gli intellettuali impegnati nella rivoluizione sociale”.

Non mancano intuizioni plausibili, in questa demolizione sospetta (di evidente passionalità), né riesce facile negare la fondatezza di quelle insinuazioni sull’idealismo mascherato che smaterializza il mondo sartriano; ma i suoi eccessi capovolgenti finiscono con l’affiancarsi alle colpe dell’Idolo infranto: cripto-idealismo, metafisica spalmata su Marx, rigidità ideologica.



Siderato, 10 settembre


Da due giorni sono di nuovo a Siderato (Calamagna), con la famigliola. Dopodomani avrò il primo turno di “assistenza” agli esami di riparazione al magistrale di Zefiria, dove insegno per il terzo anno. Bei paesoni o cittadine di mare, entrambi i borghi, di non lontana origine ottocentesca. Rappresentano il ritorno alle spiagge delle vecchie popolazioni cacciate sulla montagna dalle scorrerie piratesche arabo-turche.


Oggi è uscito il mio articolo sul saggio di Curzia Fernari. Ciaccò lo ha sistemato in bella evidenza sulla pagina settimanale del quotidiano dedicata alla cultura, la “Gazzetta letteraria”. Lo ha un po’ mutilato (su mia autorizzazione) per evitare le note più pungenti della sostanziale stroncatura. L’articolo, così come è stato “ridotto”, conserva una sua composta dignità. Né ha perso il suo mordente di deciso e documentato dissenso. Spero che la signora Curzia e il suo patron letterario non se la prendano troppo. Non fino al punto, cioè, da guastare i loro, finora cordiali, rapporti con Ciaccò e il giornale. Il contesto titolante condensa in allusività discreta il senso del mio severo intervento: titolo, Ancora su D’Annunzio; catenaccio: Pur promettendo analisi critiche e approfondimenti filosofici, questo libro non è che un nuovo atto d’amore per il poeta. Due titoletti “spezza-testo” ironizzano dietro un’apparente neutralità: L’uomo luce, Il “pensatore”. L’autrice, fra le poche cose giuste che accenna, riconosce che il superuomo di Nietzsche c’entra poco con gli eroi dannunziani, ma resta lontana da una comprensione plausibile della differenza. Il mio testo chiarisce in questi termini: “…D’Annunzio non capì l’anima profonda del grande Scontento. Gli eroi dannunziani, si chiamino Andrea Sperelli o Giorgio Aurispa, Tullio Hermil o Carrado Brando, banalizzano il superuomo e lo spirito libero del poeta filosofo in figure di velleitari gaudenti dell’estetismo decadente fin de siècle, estranei all’aspra insoddisfazione che muove il Freigeist nietzschiano”


Sulla stessa pagina, di spalla, c’è l’ultima fatica minore del prof. Gulizza, titolo Le due culture, apparso già due giorni addietro, con uguale titolo, sulla Sicania liotriana. Si tratta di una valutazione originale della polemica in corso sul binomio cultura umanistica e cultura scientifica. Gulizza nega la qualifica di scientifica alla prima, così com’è stata e come si presenta a tutt’oggi, e auspica che se ne renda degna in un futuro non troppo remoto. Quella negazione-limitazione esclude che l’umanistica si possa qualificare come autentica cultura: retorica, forse, variamente atteggiata e più o meno dignitosa, ma non abbastanza cultura per difetto di esprit scientifique. Frecciatine consuete verso questo o quel campione del dualismo in questione, segnatamente al prof. Geymonat. Una sua espressione suona particolarmente ironica: “Saremmo ricchi senza saperlo? Abbiamo due culture...”. Per farsi scientifica, scrive Gulizza, la cultura umanistica dovrebbe assumere i connotati impressi da Galileo alla meccanica. Indagare corpi, non anime e inesistenti spiriti disincarnati. Corpi e, nel caso specifico (corpi umani), relative fisiologie. Applicare, insomma, la “migliore novella”, la critica fisiologica, che appunto indaga il corpo degli autori, cioè il loro temperamento, le loro attitudini operative, la disposizione morale ricondotta a disciplina relazionale degli appetiti, e via innovando, diversamente esplorando. Il movimento critico oscilla dal corpus al corpo e viceversa, cercando nell’una dimensione i riscontri delle qualità, positive e negative, trovate nell’altra; e viceversa. Rispunta così l’unità tra arte e morale sostenuta dai nostri Padri e derisa dalla marea estetico-crociana. La quale, nonché ridimensionata e attenuata, risulta peggiorata negli epigoni, contro gli stessi correttivi de facto che nel patriarca di via Trinità Maggiore trovava la pretesa “metafisica” di una delibazione estetica pura, cioè “disincarnata”.

La tentazione gulizzana, la semplificazione, così drastica, la priva di mordente accademico, e perciò di consensi autorevoli. Eppure un certo appeal si fa sentire. Quasi a riscatto da troppa eiaculazione verbale superdotta e metafisica.

*

Notizie-culmini. Il consiglio dei ministri approva i provvedimenti anti- congiunturali: l’Italia è salva. E lo Stato ci pagherà meglio, noi professori. Il presidente Segni torna a migliorare, dopo l’aggravamento dei giorni scorsi: fibra di sardo. Auguri di prossima guarigione. Anche per non sovraccaricare la coscienza umida dello zelante Saragat, paladino di libertà e democrazia, indiziato principale del malanno segnico: si raccontano scene drammatiche fra i due.

E’ morto Goffredo Bellonci, ottantaduenne: per i suoi meriti, ha avuto abbastanza dal padre Crono. Condoglianze alla signora vedova (e auguri di ancora lunga vita battagliera). Il Premio Strega, in cordoglio, piange il signorile patron. Ecco un premio che non avrò mai.

*

Ricordi freschi. La sera del 29 agosto ho visto alla Tv la serata conclusiva del “Premio Viareggio”. Hanno vinto: Giuseppe Berto con Il male oscuro per la narrativa; e Manara Valgimigli con Poeti e filosofi di Grecia per la saggistica. Cinque milioni ciascuno, che il tutto-candido Répaci ha gioiosamente deposto nelle pudiche mani vittoriose sotto la specie di un luminoso assegno bancario. Hanno parlato, tra gli altri, Sapegno, Répaci, Ungaretti, Piovene. Il quale ha un terribile tic alla bocca e riesce inguardabile. Ecco – direbbe l’amico Ciaccò – il corpo invocato da Gulizza a riscontro del corpus: sarà proprio senza significato quel tic sull’opera, latu sensu, letteraria del Piovene-autore, quando non può esserlo nel suo corpo, nella sua fisiologia? Il problema è che non sarebbe facile trovarlo, il significato. Di più: proporlo dopo averlo, magari, trovato, a una cultura polarizzata da secoli di fluiloqui eloquenti de dignitate et excellentia hominis, e insomma da un esplicito o implicito assunto di radicale diversità di homo sapiens al quadrato rispetto al resto del mondo zoologico circostante e filogeneticamente “precedente.” Epperò resta simpatico, il tic, come testimone muto (anzi, eloquente) del disagio da ex fascio-razzista che l’aristocratico autore non ha mai del tutto smaltito. E viva l’ambiguità. E le code di paglia.

Guardabile, invece, e godibile per ogni fisiologia discretamente sadica (non ci può essere critica scientifica, pretende Gulizza, senza una vivace disposizione al sadismo traspositivo) il roco e fragoroso Ungaretti, uomo di penna più che di pena, e di penna arrabbiata. Ha dichiarato, spiccio spiccio, con candida spudoratezza, che in Italia, ormai, sono rimasti solo due poeti veri, e viventi, lui e Montale. Alla buonora! Ci voleva un parlachiaro! Questo poetuccio fortunato e piroettante, che vale sì e no la metà del pur non immenso Quasimodo, non ha digerito ancora quel premio Nobel del 1959 al suo diretto rivale. E son passati cinque anni. Ecco, insomma, un altro magnifico soggetto di studio per un’indagine di critica fisiologica alla Gulizza. Non si troverebbe un riscontro a questa indisciplinata animosità diretta nella produzione del poeta ruggente? Se ne parlava l’altro giorno con Ciaccò: lui fedele al Verbo del Maestro, io esitante e interessato.

Leònida, tutto in bianco, dalla chioma al vestito, ha ricordato quattro illustri scomparsi che avevano avuto a che fare col Premio Viareggio. Tra essi, Peppino Ravegnani, suo caro amico e riconoscente sponsor, autore di un lusinghiero Répaci controluce (che sto centellinando per una prossima recensione. Anzi, a questi lumi di fatica, una maxi-recensione da Gazzettino d. g.). Il fluviale Rupe ha pure ringraziato pubblicamente Gabriella Sobrino, sua segretaria (e non so che altro).

Ieri ho spedito a Répaci, e alla editrice Nuova Accademia, che me lo aveva mandato su segnalazione dell’autore, la mia recensione alla sua Calabria grande e amara. Il mio articolo è apparso, il 21 agosto, sulla Gazzetta d. S., col titolo, facile ma azzeccato, Calabria primo amore. E stato “purgato” di alcune frasi di Répaci assai vere, ma anche assai aspre per la coscienza moderata di quel cosmo variamente bigotto. Dirette contro la Santa Madre Chiesa, sempre intoccabile, anche dopo l’ultimo grande macello mondiale della Seconda guerra mondiale, della shoah e dell’altro infernale bendiddio che nega ogni dio. Amen. Con tanti ossequi alla signora Borsino, moglie del proprietario della Gazzetta e piissima donna, incapace di tollerare il benché minimo soffio d’irriverenza verso la Religione e la sua Santissima custode in terra.


12 settembre


Sul Gazzettino di oggi è uscito il mio articolo dal titolo tranchant: Goldwater e la crociata del diavolo. E’, anche stavolta, in apertura. Ecco l’incipit: “E’ innegabile una certa somiglianza di tono tra l’atteggiamento elettorale di Goldwater e quello tenuto a suo tempo da Eisenhower. La somiglianza salta all’occhio, soprattutto, nelle dichiarazioni di politica estera. Nel 1952 Eisenhower prometteva di riportare il comunismo nei suoi ‘confini naturali’. Era la cosiddetta politica del roll back e veniva enfaticamente contrapposta a quella del containement seguita da Truman. I fatti dimostrarono, pero, che il roll back era soltanto una formila verbale, esposta, per di più, a una ridicola parentela lessicale con un notissimo ballo scapigliato di gioventù bruciacchiata. Ebbene, c’è oggi chi, cogliendo quella somiglianza, ritiene, ottimisticamente, che la baldanza di Goldwater, in caso di elezione, si rivelerebbe identica a quella di Eisenhower e di Foster Dulles. Luigi Salvatorelli, per fare un esempio illustre, in un recente editoriale (La Stampa, 29 luglio) trae proprio la conclusione sopraddetta.” L’articolo procede sviluppando questa lineare sequenza: dal 29 luglio sono accaduti fatti gravi, che forse hanno modificato, magari in parte, le convinzioni di Salvatorelli. Gli Stati Uniti sono una realtà antropologica complessa, piena di problemi irrisolti. Tra questi, oltre il vecchio razzismo negrofobo, si attesta sempre meglio (o peggio, dato il genere ) una mentalità dicotomica radicale. Goldwater la esprime al livello di guardia. Questi rozzi semplificatori vedono il mondo nettamente diviso in due parti irriducibilmente contrapposte. Naturalmente, loro stanno dalla parte giusta, sono il Bene, gli altri sono senz’altro la parte sbagliata, il male. Siamo, insomma, all’assolutezza metafisica, alla rigidezza del dogma religioso. E qui s’annida il veleno: la mentalità metafisica si sottrae alla logica delle verifiche, rilutta alla pazienza della ricerca empirica. E dunque del confronto possibilista, del dialogo disponibile alle correzioini suggerite dagli eventi e dal minor male. La semplificazione rimuovente riesce gratificante ai portatori di quella forma mentis (Gulizza dice senz’altro fisiologia), li carica di anfetamine e adrenalina. Perciò questi rẻvenants dell’era giurassica sono aperti a qualsiasi avventura ordinata al trionfo della Buona Causa: in fattispecie, il Bene si schiude in un bel mazzolino di maiuscole: Libertà, Democrazia, Libera iniziativa e liberissimno Mercato. Il male, per contro, si può condensare in una sola parola: comunismo. Una parola, però, gonfia di veleni: Tirannide, Servitù, Anticapitalismo bellicoso, eccetera. Senza sfumature né variazioni.

Se questa “lettura” dell’America è valida, niente si può escludere: nemmeno una conflitto nucleare. C’è della gente alto-locata, negli States, che è convinta di poter sopravvivere a un conflitto così estremo. Probabilmente, le frange più dommatiche di questo estremismo tendenzialmente autolesionistico, non arretrebbero nemmeno davanti al rischio di una strage universale se la ritenessero utile alla gloria del “Bene”. Scrivo, nell’articolo: “Questa assolutezza importa la radicale subordinazione di ogni valore a se stessa, al proprio trionfo: si tratti di idee o di uomini in carne ed ossa; di individui o di popoli: del mondo intero, se necessario. Una guerra di sterminio non sarebbe sacrificio impossibile per il trionfo di tanto moloch. L’immane messe di sangue che conseguirebbe il trionfo dell’Idea non è peso insopportabile per le spalle dei credenti in questa divinità stravolta: il paradiso dei Cieli, o quello della Storia, riscatterà le atrocità e le sofferenze del Secolo”. Ed ecco alcune dichiarazioni del senatore repubblicano che stillano il veleno qui sottinteso: “Tra la democrazia e il comunismo la coesistenza è impossibile. Guerra fredda o calda, noi siamo in guerra contro i sovietici. Sono per la rottura di tutte le relazioni con l’Urss e per moltiplicare gli sforzi allo scopo di liberare dal giogo sovietico i Paesi dell’Est europeo”. Ma la distensione, la coesistenza pacifica? Contano zero: Stalin o Kruscev, questo o quello per me pari sono. Ma le divergenze tra Urss e Cina? L’ispirato non ha esitazioni: “Sono divergenze sul modo migliore per sotterrarci. Lentamente, come vogliono i russi, o in un sol colpo come vogliono i cinesi.” Alla domanda se sia favorevole all’uso di atomiche nel Vietnam il funesto cow-boy texano esita ancora meno: “In maniera limitata, per far uscire il nemico dalla sua tana, sì”. Fidel Castro? Stesso tipo di risposta: “Niente coesistenza con lui. Noi abbiamo i mezzi per mettere fine al suo regime”. Evidente preferenza del rude vaccaro: Batista, tiranno peggiore, nel suo piccolo, di molti Stalin, sadico torturatore di avversari e castratore di peones dissidenti, è sempre meglio del comunista Castro che lo ha cacciato. Il primo, stava con i miliardari americani, il secondo non li ama. La scelta è facile. Moderazione? Roba per monaci, noi guerrieri yankee scegliamo il virile estremismo: “La moderazione al servizio della giustizia non è una virtù. L’estremismo al servizio della Libertà non è un vizio […] Sì, sono un estremista al servizio della libertà e della giustizia.” Le sue preferenze sono per “una politica estera sull’orlo della guerra”. Niente mediazione e compromessi: fare la voce grossa, sempre: forse basterebbe a impaurire il Cremlino. E se no, tanto peggio: all’attacco.

C’è bisogno di essere più chiari? Un tipo simile garantirebbe contro uno scivolone catastrofico? Intanto i fatti recenti e meno recenti sono segnali poco favorevoli per qualsiasi ottimismo: il fallito sbarco di cubani anticastristi alla Baia dei Porci, con l’umiliazione dei complici americani (1962), l’assassinio del presidente John Kennedy (1963), il fresco incidente del Tonchino, l’inasprirsi del conflitto razzista negli Usa, la Palestina sempre sotto pressione della spavalda aggressività israeliana; e quant’altro. C’è da sperare che, almeno, non sia eletto il cow-boy che disprezza la cultura e “affitta” (così afferma, vantandosi della propria ignoranza) gli intellettuali quando gli servono. Dopo tutto, teste pensanti ce ne sono ancora fra i capi in soglio e i virtuali in itinere di quella metà del mondo.

*

E adesso una pulce di notizia che vellica l’orecchio: stranamente, il mio nome s’è perso per strada: non c’è, non figura, né sotto il titolo né in calce al totale del lungo articolo. Una distrazione, un incidente di percorso? Così ero incline a credere, io. Poi un amico di peso, mi insinua un mezzo sospetto: l’articolo gli è piaciuto tanto, al direttore, che ha finto la dimenticanza, la svista. Accusandone, no?, redattori e tipografi. Possibile? Non senza irritazione, ho segnalato la macula all’incriminato direttore Tiziano Voti, naturalmente, confermandogli la mia fiducia e stima. Lui si scusa, si meraviglia, impreca contro i distratti collaboratori eccetera. Rimedierà, chiarendo al prossimo numero del settimanale. Vedremo.

sabato 6 dicembre 2008

Susanna frammento quattro


21 agosto, ore 23,30

Giornata intensa, oggi, Stamane sono stato al mare (frazione cittadina del Faro) con mia moglie. Nel pomeriggio, alle 17, ho ricevuto una telefonata dal prof. Rama, ritornato a Liotria dalla capitale, dove ha una seconda dimora (un doppio appartamento condominiale). Alle 18 ero nella sua casa di Liotria, via Contea 36. Vi ho trascorso quasi due ore, in piacevole conversazione, spaziante per decine di argomenti: letterari e di relazioni umane (in quel d’Accademia). Ha accennato, tra l’altro, alla carriera troncata del suo amico e collega Gulizza. Partito col vento in poppa, costui è stato bloccato alla libera docenza. Eziologia di tanto accanimento, giudizi controcorrente su idoli del Parnaso di ieri e di oggi. La disinibita demolizione di troppi contemporanei, critici e narratori, in vari saggi specifici, ne ha scatenato la furibonda reazione. A una prima sventagliata di critiche negative seguì un silenzio polare, così vasto e plurale, da far pensare a una vera e propria “congiura del silenzio”. Solo da critici non coinvolti nelle sue analisi severe, anche se lontanissimi dalle sue idee di ateo riflessivo, ricevette segnalazioni di meditato consenso, con lodi particolari per la sua indipendenza di giudizio: è il caso di un autorevole gesuita. Da allora, riferisce Rama, il povero Gulizza è rimasto un libero docente, e un incaricato annuale protetto da un paio di amici esterni al coro dei silenti pugnalatori. Il riverbero dell’avversione corale si è fatto sentire anche sulle nuove edizioni delle sue precedenti opere, tra le quali una Storia della letteratura italiana a suo tempo apprezzata, incidentalmente, da Benedetto Croce. Rama sembra sinceramente dispiaciuto di questa persecuzione, anche se non riesce a reprimere un sospiro di rammarico verso il “benedett’uomo”, che avrebbe potuto essere un tantino più cauto, almeno fino al conseguimento della cattedra. Ma per concludere, poi, che molto probabilmente non gli sarebbe bastato, non essendo, Gulizza, un lecchino accodato a nessun “barone”. Infine, aggiunge che la svolta biologistica (così definisce il Pantrofismo dell’amico) lo ha isolato ancor di più (se mai fosse possibile). Quando stavo per congedarmi da Rama, una telefonata da Gulizza offre l’occasione all’ospite di informarlo della mia presenza. Me lo passa e lui mi invita a casa sua, “se non ho impegni cogenti”. Prometto di andare a trovarlo: da casa sua telefonerò a Rina che ritarderò un po’per la cena.
E così, uscendo dalla dimora di Rama, sono andato a trovare Gulizza, che abita in una via del centro cittadino. Anche qui, rimpatriata, ricordi, impegni di lavori prossimi e sollecitazioni non nuove contro la mia (presunta?) pigrizia.
Mi ha regalato un suo volume, che non possedevo: una raccolta di saggi (più o meno sintetici); titolo Rapsodia romantica: scrittori e poeti francesi. E un suo recente articolo apparso sul quotidiano di Liotria, La Sicania. Domani dovrà recarsi a Zancle per lezioni all’Università, dove i pochissimi amici gli hanno procurato un incarico per quest’anno accademico; e poi a Villa Jonica per il Premio Calamagna (fa parte della giuria). Gulizza ha due figli, una bella ragazza bionda (di ventiquattro anni) e un ragazzo (venti), entrambi studenti universitari; la prima prossima alla laurea in filosofia, il secondo al primo anno di legge. Prima di ricevere la telefonata stavo per spedirgli, a Roma, un bustone con tre articoli: tra cui una recensione severa (che dice di voler ospitare nella sua rivista) al D’Annunzio di Curzia Fernari. Un saggio, questo, pieno di adorazione imbambolata per l’Idolo, e di autentici strafalcioni, anche lessicali e sintattici. Come mai il prefatore Quasimodo non li ha eliminati? Non avrà letto con attenzione il “manoscritto”. Gli altri due, glieli sottopongo per giudizi e suggerimenti.
*
Il telegiornale della notte ha dato la “dolorosa notizia” della morte di Togliatti. Ne ha parlato per un buon quarto d’ora, tracciandone un profilo politico e biografico. Un fatto tutt’altro che usuale, ma consentito dal clima politico di questi ultimi due anni, agitato dai tentativi di spostare moderatamente a sinistra l’orientamento del governo. In altri tempi, questa morte non avrebbe impegnato il notiziario per più di tre minuti, e chissà con quali riserve (più o meno contorte) sull’ispirazione democratica del leader comunista. Immagino, insieme alla gioia per la morte del nemico n.1, il disappunto dei democristiani più bigotti, e soprattutto dei fascisti, per tanto riguardo. La rievocazione storico-biografica mi ha commosso: una vita di battaglie, fede ideologica, illusioni, delusioni, tenacia. E qualche rospo indigesto da digerire comunque, per “etica della responsabilità” e priorità della Causa. Telegrammi di condoglianze da varie parti: dal presidente supplente, Merzagora, da Moro, dal presidente della Camera, dal segretario Dc... La morte fa tacere rivalità e rancori, onorando l’umanità e l’ipocrisia insieme. “La sacra maestà della morte”: è un’espressione che si è sentita stasera e si sentirà ancora nei prossimi giorni, elevata a promotrice del “cordoglio unanime e sincero” per il “grande estinto”. Si è ricordato anche l’“insano attentato” del ‘48 e la saggezza del ferito nel frenare la rabbia dei compagni pronti al peggio. “Merito” di Yalta e dell’altra saggezza: quella predatorio-staliniana.
Qualche dubbio su quella saggezza esala dalla gratitudine capovolta del moderatismo alto e medio borghese, confindustriale e vaticanesco, nonché, ovviamente, ligio ai suggerimenti del grande Alleato-padrone d’oltre oceano. Da quel ’48 che regalò alla Dc la strepitosa vittoria elettorale la storia politico-economica dell’Italia è stata tutto un regredire delle classi operaie e contadine a vantaggio della grande e media (e poi anche piccola) industria, della finanza speculativa, del commercio padronale. I recenti sforzi di migliorare le condizioni di vita dei ceti poveri sono, peraltro, osteggiati da un vasto sbarramento variamente conservatore, che ne teme derive populiste incontrollabili. Ma certo, una sollevazione rivoluzionaria non avrebbe avuto nel suo cielo che l’esito greco. E tuttavia la tentazione di ipotizzare altri scenari insiste.
Quel ’48, anno della svolta moderata o centrista, fu un momento di scontri all’ultimo sangue politico: i famigerati comitati civici inventati dal capo dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda, non badarono a mezzi nell’asperrima competizione: deformazione sistematica della realtà, “mostrificazione” del nemico di classe, minacce di inferni e altra punizione divina per chi avesse votato contro la democrazia la religione la civiltà e via strombettando. E dato che nel periodo della campagna elettorale, mentre le madonne d’Italia peregrinavano tra le case dei buoni cattolici (figurarsi un rifiuto!) per una santa notte di preghiera propiziatrice, il compagno Palmiro si fece venire la bella idea di rompere con la legittima moglie e stabilizzare la sua relazione con Nilde Jotti, la canea cattolica si scatenò contro i distruttori della famiglia, i dissacratori del sacro vincolo indissolubile. E giù dai pulpiti valanghe di improperi minacce previsioni fosche nel caso di una vittoria comunista (il famoso Fronte popolare tra Pci e Partito socialista); e altra artiglieria. Che, come non bastasse tanto aggressivo affannarsi, venne potenziata da una misura estrema, anzi di estrema indecenza: la minaccia di scomunica per coloro che avessero votato comunista, e perfino per chi non denunciava in confessione mariti e parenti di quel luciferino colore.
Tornando a quel momento drammatico, non si può non ricordare come il “vento del Nord” avesse risposto all’attentato contro Togliatti con una mobilitazione strepitosa e pronta a tutto: si arrivò a sequestrare il patron politico-amministrativo della Fiat, Valletta. Un assaggio di “primavera dei popoli” che ai miei sedici anni non capii, ma che mi appassionò in seguito, da giovane insegnante di storia. Ricordo la sensazione buia che mi suscitò un corteo di operai marcianti nella sera di quella primavera malata alla luce dei lampioni cantando Bandiera rossa e sventolandone una: vi sentii puzza di invasione straniera. Ero ancora dentro l’innocenza del plagio risorgimentale orchestrato dalla scuola di Stato, dalle elementari ai licei. E orientato dal contagio dell’Azione cattolica.
Né mancarono le zuffe crudeli in quel molteplice confronto con le forze del disordine capitalistico che, dopo la vittoria del 18 aprile, avevano cacciato i social-comunisti dal governo, con la benedizione della Santa Madre e della santissima Casa-madre del Libero mercato. Non furono pochi i morti dall’una e dall’altra parte: la polizia di Mario Scelba, ministro degli Interni, siciliano di ispirazione cripto-fascista e anticomunista teologale, picchiava forte. Ebbi il privilegio di provarlo sulla mia pelle: proiettato a Roma, quale vincitore di un viaggio-premio dell’Azione Cattolica (ero riuscito il più bravo ripetitore delle verità catechistiche acculturate!), giravo solitario per la città in uno dei tempi disponibili per l’uso personale; una dimostrazione popolare era in corso contro la svolta centrista e fieramente anticomunista imposta dal binomio Vaticano-Casa Bianca dopo il viaggio invernale (e penitenziale) di De Gasperi a Washington (gennaio ’47). D’un tratto mi trovai nel vortice del “conflitto”, una camionetta di celerini mi si avventò quasi direttamente contro, mentre portavo a spasso l’euforia adolescente del primo viaggio “continentale” (per giunta gratis e guadagnato dai miei meriti). Pochi secondi di caos cinetico, il mio balzo sul marciapiede e quella diavola che vi salta su come se mi puntasse a bersaglio: la evito saltando lateralmente e schiacciandomi contro il muro di un palazzo. A mente fredda, esclusi che ci fosse intenzione omicida in quell’assurdo “attacco”, ma restò, e resta, l’impressione di averla scampata per un pelo: quel figlio di buona donna, quel proletario plagiato (quasi certamente un meridionale) rischiò di travolgermi per divertirsi un po’ con l’azzardo terroristico. Avevo capito il senso di certe denunce sulle violenze dei celerini.
Ancora cartoline da alunne calamagnesi. Quella di S., alunna zefirese promossa in terza, è la preferita: né solo per il suo sincero affetto filiale.

22 agosto, ore 23,30

Sono andato a cercare fogli di vecchi giornali che parlano dell’attentato a Togliatti riportando anche i comunicati Ansa:
Roma, 14 luglio – Stamane, verso le ore 11,30, mentre l’onorevole Togliatti usciva dalla porta del palazzo di Motecitorio, in compagnia dell’on. Leonilde Jotti, veniva affrontato da un giovane, che poi si è appreso essere tale Antonio Pallante, studente universitario venticinquenne, il quale gli sparava contro alcuni colpi di rivoltella – sembra quattro,– tre dei quali lo raggiungevano in varie parti della regione toracica. (comunicato Ansa, ore 12)
Roma 14 luglio – Il ministro dell’interno, on. Scelba, ha diramato tassative disposizioni a tutti i prefetti per impedire qualsiasi manifestazione, di qualunque genere (ib. Ore 13.05)
Roma, 14 luglio – la Camera del lavoro ha impartito disposizioni per la sospensione immediata di ogni attività lavorativa a Roma (ib. ore 14.30)
Precauzioni e misure inefficaci: le dimostrazioni ci furono, e gli incidenti non mancarono: provocati spesso più dalla durezza della “prevenzione” celerina che dalla rabbia dei dimostranti. I comunicati dell’Ansa mutano lessico e tensione emotiva:
Roma, 14 luglio – Incidenti a Roma, morti a Napoli, Livorno e Genova.– Incidenti si sono verificati a Roma, nel corso della manifestazione di protesta per l’attentato a Togliatti. Sin dalle prime ore del pomeriggio masse di dimostranti sono andate confluendo verso piazza Colonna. I manifestanti che tentavano di invadere Palazzo Chigi sono stati respinti dalle forze di polizia che, sotto la pressione della folla, hanno esploso alcuni colpi di arma da fuoco in aria: altri gruppi hanno disselciato in alcuni punti il manto stradale […] fatto barricate sotto la Galleria. Si sono avuti feriti e contusi tra i dimostranti e agenti di polizia. Alle ore 18 la massa si è concentrata in piazza Colonna…” (ib. ore 2)
A Napoli una grande massa di dimostranti giungeva in piazza Dante dove però veniva affrontata dalla “Celere” che cercava di disperderla. I dimostranti reagivano. Durante i tafferugli la forza pubblica sparava alcuni colpi s’arma da fuoco. Si deplorano due morti e un ferito grave[...]

I comunicati Ansa si fanno sempre più drammatici, ma non cambiano stile: la forza pubblica spara sempre in alto, e non si capisce come fa a uccidere e ferire. Scelba accusa i comunisti di “strumentalizzare lo sciopero per una insurrezione civile”, soffiando sul fuoco. Le “agenzie” s’ingolfano di incidenti e vittime, la tensione cresce ovunque. Una nota di colore, per così dire, marca quella del 15 luglio, là dove segnala l’occupazione della Fiat e il sequestro di Valletta: L’esercito vuole intervenire ma con grande senso di responsabilità Valletta rifiuta questa soluzione traumatica ritenuta quasi irresponsabile che potrebbe portare a conseguenze disastrose. / Esemplare il sangue freddo di Valletta, che nonostante il sequestro, rivolgendosi ai suoi dieci carcerieri, li apostrofa con un “intanto andate a lavorare altrimenti domani vi licenzio tutti e dieci”

Qual è stato il contributo di Bartali nel dirottare la crescente tensione verso la gioia euforica per la vittoria al Tour de France? Difficile “quantificare”, ma è evidente un suo ruolo incisivo: a Milano, piazza Duomo è “una polveriera che può esplodere da un momento all’altro”, quando, verso le 17,15 le radio dei bar diffondono la notizia che Gino Bartali sta dominando la corsa nelle tappe alpine, recuperando, “di collo in collo”, ben 22 minuti di distacco dalla “Maglia Gialla”: si profila una vittoria a dieci anni da quella “nostalgica” del ’38 e la eteroclita folla si compatta in quella speranza che matura in quasi certezza. E vittoria sarà, con sedative conseguenze sui bollori rivoltosi e accensioni anfetaminiche nella gioia del successo nazionale che vola al di sopra della conflittualità politica. E pensare che la squadra italiana aveva deciso di ritirarsi dalla gara e rientrare in Italia dopo l’annuncio dell’attentato. Fortuna che le teste fredde non mancano: quelle del momento seppero cogliere l’occasione. De Gasperi telefonò il suo “vai e vinci!” a Bartali, il papa liberò la colomba della sua benedizione verso il cielo, il credente Bartali ne uscì galvanizzato. E realizzò quel prodigio di tappe sempre primo e in fine la “miracolosa” vittoria: “In piazza Duomo (ma anche in tutte le altre città d’Italia) comunisti, democristiani e poliziotti si abbracciarono tutti in delirio. Bartali aveva stracciato Bobet.” E qualcuno postillò: “Bartali, se proprio non aveva salvato l’Italia, certamente fece un gran favore a Scelba.” Col senno di poi, possiamo sospirare un forse: non è mai piacevole un bagno di sangue. Né facile da controllare nelle inevitabili code drammatiche.
Il quale Scelba (non va dimenticato) era ben colui che aveva dichiarato: “L’avvenire ci prepara giorni difficili. Non nutro la minima fiducia che gli avversari rinuncino alla violenza per scardinare con la forza ciò di cui non riescono ad avere ragione con il metodo democratico. Ma se il momento dovesse giungere, noi useremo la forza dello Stato contro ogni tentativo di violenza.” Il pessimismo del ministro si dimostrò infondato, anche se la molteplice e appassionata reazione all’attentato costò una ventina di morti e alcune centinaia di feriti. Le parole del leader comunista al suo risveglio, dopo il delicato intervento chirurgico del professor Valdoni, furono, sostanzialmente, ascoltate: “State calmi, non perdete la testa.” Yalta aveva vinto e scongiurato il bagno di sangue.
Nell’intreccio degli eventi, la droga religiosa definì drasticamente il dualismo Bartali-Coppi: il primo, benedetto dal papa, è lo sportivo perfetto, anzi, con suggello papale, il “perfetto atleta cristiano”, il secondo sarà il “pubblico peccatore”, il “rovina famiglie”, e la sua amante, la famosa Dama Bianca, subirà il ludibrio dell’accusa spietata e del carcare per “flagranza di adulterio”. Scrisse un giornalista: “Si volle demolire il Coppi di sinistra, ateo, e l’Italia si spaccò in due tifoserie; sportive, ma anche in un fanatismo ideologico; irrazionale, ma ben strumentalizzato”
Raccogliendo gli appunti del ’48 mi cade l’occhio sopra una sortita comiziale di “von Gaspar” (vale a dire l’ex deputato al Parlamento austriaco Alcide De Gasperi secondo gli avversari) nell’imminenza delle “fatali” elezioni del 18 aprile ’48: “Io non vorrei vedere quel giorno in cui al governo andassero coloro i quali si sono compromessi in una lotta contro l’America; non vorrei vedere quel giorno perché temerei che il popolo italiano, attendendo dalla riva le navi cariche di carbone e di grano, le vedrebbe volger la prora verso altri lidi…” Un concreto analogon dell’argomento invincibile dei filosofi delle medievali Scholae. Argomento cucinato in tutte le salse di tutte le cucine socio-politiche: dalla stampa moderata ai pulpiti. Con speziature varie, ora forti e cupe di minacce orripilanti intrinsiche a una (dio liberi) vittoria social-comunista; ora suadenti e sorridenti, come queste rassicurazioni di don Alcide: “Ho detto e ripeto agli operai: non avete nulla da temere, avete molto da sperare nella vittoria della Democrazia Cristiana, perché non rappresentiamo privilegi, non rappresentiamo la reazione, ma rappresentiamo il progresso e l’evoluzione delle classi operaie… Alla borghesia agiata io dico: non siate sordi, non siate ostinati, non tenete il capo rivolto all’indietro; il mondo cammina, il lavoro chiede la sua parte e l’avrà, riconoscetelo, collaborate anche con il vostro sacrificio…” Che peccato, la sordità della maggiore porzione di quella borghesia agiata.