mercoledì 27 luglio 2011

DOVUNQUE IL GUARDO GIRO

“Immenso, Dio, ti vedo”: così suona il secondo settenario del distico che ci facevano recitare in Azione cattolica nel mitico tempo dell’innocenza ignara. Oggi questo titolo non si aspetta la spudorata bugia dell’immenso teologico, ma la dura evidenza del cosiddetto male, l’unica “immensità” di geografia universale, quanto di infinite forme e gradazioni: dalle guerre variamente truci alla corruzione dilagante, nel vasto mondo e nella ferace Italia multipolare.. Eppure, a ben pensarci, quel Dio potrebbe anche andare: non esiste, forse, una divinità degna di quel predicativo? Non è immenso Mammona, e proteiforme e ubiquo? E soprattutto, realissimo, e tangibile all’opposto dell’altro. A lui, dunque, dedichiamo il presente sfogo. Cominciando, magari, da quella sua maschera attivissima che muove le periodiche crisi finanziarie. E scatena le competenze (e qualche boria) dei tecnici del prosperoso campo.

Titola, il Corsera del 12 luglio, con puntuale sensazionalismo di circostanza: Tempesta sull’Italia, la politica si muove Moneta unica in crisi. L’Eurogruppo: pronti a nuove misure per difenderla. Attaccata anche la Spagna. Telefonata Berlusconi-Merkel Mercati in caduta libera, Milano perde quasi il 4%. Record negativo per i nostri titoli di Stato. Appello del Quirinale alla coesione. Prove di disgelo governo-opposizione sulla manovra” E per l’occasione si muove “in diretta”, quel numero Uno, Ferruccio de Bortoli, con un editoriale di stringente chiarezza diagnostico-pedagogica, sotto un titolo perentorio, Ora più coraggio. L’incipit non potrebbe essere meno pietoso: “La manovra economica non c’è ancora, ma parte rilevante dei suoi ipotetici benefici è già stata bruciata. In un giorno. E’ questa l’amara sintesi di quello che è accaduto ieri sui mercati.” Il tono suona vagamente (ma non tanto) e latamente accusatorio: vi siete messi a gingillarvi, signori di una sapienza politica di sognante sostanza, con i vostri inguaribili personalismi incapaci di sguardo lungo e previsioni terragne, ed eccovi, belli caldi e rampanti di probabili sviluppi, gli esiti delle vostre imprevidenze. Indi incomincia a nutrire di sostanza “cifrata” quei cupi esiti: “La differenza, lo spread fra il rendimento dei nostri Btp e il Bund è al record storico. I primi, sulla scadenza decennale, rendono il 5,7 per cento contro il 2,65 degli analoghi titoli tedeschi.” Non sia mai, qualche lettore non ne cogliesse la tossica rilevanza, eccolo a spezzettare il pan de li angeli della conoscenza. Che però, non benevoli angeli, nello specifico, evoca, ma diavolacci sadicamente burloni. Ed ecco il pane:“Che cosa significa? Semplice: dobbiamo promettere di più, concedendo un premio maggiore al rischio, a chi ci presta i soldi.” Non sarà, magari, una gemma di prosa, ma quanto a chiarezza non ha debiti. Attiriamo “compratori” dei nostri Buoni con la lusinga indotta dal santo Mercato, divinità suprema dell’indiscutibile liberismo, la religione del nostro tempo. La lectio magistralis secundum quid prosegue con numeri da brivido. “Il nostro debito, il 119 per cento del Pil, cioè superiore a quanto produciamo in beni e servizi ogni anno, va continuamente rifinanziato. La media mensile di emissioni lorde di titoli sfiora i 40 miliardi. Nel 2010 gli interessi pagati sul debito sono stati pari al 4,5 per cento del Pil, ovvero 70 miliardi, e oggi sono intorno al 5. Lo spread con i Bund era di 245 punti base venerdì, ieri ha toccato i 305. Tanto per dare un’idea: cento punti significano 3,2 miliardi di maggiori interessi per l’anno in corso e 6,4 per il prossimo.” Segue un’accigliata interpretazione del fatto, con una reprimenda diretta contro i responsabili politici del disastro. E, se non siamo vittime della scotomica memoria senile, è la prima volta che l’evento si offre alla ribalta. “Quello che è accaduto rende ridicola e preoccupante la litania dei distinguo e delle promesse di togliere questo o quell’aspetto della manovra per compiacere fette di elettorato o clientele. E ancora più incomprensibile la decisione di rinviare alla prossima legislatura il taglio dei costi della politica e l’anacronistica difesa delle Province. La crisi dei mercati espone nella sua drammaticità tutta la perdita d’immagine di un esecutivo diviso da teatrali rivalità interne e indebolito dalle inchieste della magistratura”. Alla buonora! Da qualche tempo non si leggevano sul Corriere parole di spoglia e dritta verità sputate (pardon, soffiate) in faccia ai troppi mestatori improvvisatori mezze cartucce e pompose auctoritates dei sacri testi della somma scienza zoppa o Economia che dir si voglia. I quali sdottoreggiano da pulpiti permalosi, amano, magari, e sfoggiano alla prima occasione, le dotte citazioni letterarie, ma sbagliano fino a dirti, ieri, che stiamo godendo una crociera sicura, e oggi che “siamo sul Titanic, dove”, se incontriamo, l’Iceberg carogna,“neppure i viaggiatori della prima classe si salvano”. Né la requisitoria direttoriale si ferma lì, placata; anzi, si scalda viepiù e aggiunge nuove scudisciate alla mega (e verrebbe voglia di scrivere megalitica) Manovra ammazza-deboli e salva-ricchi. Eccone un cenno: “Della manovra, e soprattutto dei suoi saldi, abbiamo capito poco in Italia, figuriamoci che cosa possono aver pensato gli osservatori internazionali, spesso preda di pregiudizi”. Per esempio, “il pareggio di bilancio al 2014 è obiettivo importante”, ma se l’iter che vi punta “appare incerto e contraddittorio è come dire ai mercati: noi ci crediamo poco, però voi, per favore, credeteci”. Prendiamo la spesa pubblica: era al 48% del Pil nel 2001, è salita al 51 % nel 2010, difficile pensare che “sia più seriamente riducibile, come farebbe qualsiasi avveduta famiglia”. Il che non impedisce che alla pars destruens delle sonore critiche (tra le quali trilla questa campanella “Prendersela con la speculazione internazionale non serve a nulla”) segua una pars construens, di consigli e suggerimenti (anche se un po’generici):“Si approvi velocemente la manovra con una discussione aperta e concreta. Maggioranza e opposizione si ritrovino, una volta tanto, sulla linea della responsabilità tracciata da Napolitano che ha sollecitato Pd, Udc e Idv a concordare e limitare gli emendamenti: una svolta positiva. Si pensi al Paese, non ai voti”.

Tanta convergenza ha prodotto il miracolo elogiato dal Presidente, la sveltezza. E’ molto? E’ poco? Ai posteri l’ardua sentenza! (anche sulla passione selenica dei loro esperti autori). Né il facondo De Bortoli si quieta a tanta didattica, aggiunge altri stimoli (autorevolmente “firmati”). “Il governo valuti anche la possibilità di anticipare il pareggio di bilancio”, come propongono due esperti del Sole 24 ore. E “dia un segnale più forte sulla crescita”. Come? Le idee non mancano, anzi “sono molte. Alcuni esempi: raggruppare tutti gli incentivi alle aziende in un fondo dedicato al finanziamento delle nuove imprese, soprattutto giovanili; abbattere con più coraggio la burocrazia; semplificare di colpo le procedure amministrative; costringere le società concessionarie (autostrade e aeroporti) a sbloccare investimenti già decisi; utilizzare meglio i fondi europei”. Saltando altri pungoli, andiamo alla conclusione: “Se siamo seri non dobbiamo temere nulla, ha detto nei giorni scorsi Napolitano rivolgendosi ai palazzi della politica. Purtroppo finora non lo siamo stati. E i mercati ce la fanno pagare”.

Un’ondata di ottimismo allaga i giornali del giorno dopo, e il Corsera tripudia, la sua parte: Tregua sui mercati, manovra lampo La Borsa torna su. Bene l’asta dei bot. La Bce interviene acquistando titoli italiani, si riduce il differenziale con quelli tedeschi. Accordo Tremonti-opposizioni su tempi e alcune modifiche. “Voto entro venerdì” Valore: 65 miliardi. Le novità sulle pensioni, tagli a deduzioni e detrazioni Gli editoriali meno pessimisti non condividono, tuttavia, questo sussulto di speranze “esposte” fino alla certezza scaramantica, e taluni, devoti di santa Chiara e Napule, scoprono in questa manovra fiscale non più di Una fiaccola nel buio (Massimo Franco sul Corsera). Vedervi di più no, non si può: le ragioni della critica alla maggioranza e al governo sono tutte in vetrina. Passi, un elogio all’opposizione, perché risponde all’appello del presidente Napolitano per una manovra rapida al di là del legittimo dissenso. Ma a prevalere nettamente sono le critiche: allo stucchevole ottimismo del premier e dei suoi tirapiedi, intenti, “a dipingere una situazione più rosea di quanto fosse”; alla Lega che, “archiviando tre anni di moderazione, è tentata di nuovo da una velleitaria autarchia padana, in politica estera come in economia”; all’opposizione, “incapace, almeno fino a ieri, di analizzare i problemi prescindendo da Berlusconi”. Né mancano i soliti devoti della religione liberista che salmodiano fin dai titoli, Privatizzazioni,la ricchezza segreta. Così, liscio e perentorio. A dispetto delle molte smentite della realtà, speculazioni comprese (giusto come accade nelle religioni in senso stretto). E pazienza se le immancabili crisi periodiche, come la presente, scaricano sui deboli il maggior peso delle “manovre”: rivalutazione a perdere delle pensioni, aumento dell’imposta di bollo sui titoli del risparmio, ticket sanitari nuovi di zecca o ingrassati se già presenti; e via celebrando.

Il Corsera del 15 dà i seguenti numeri sulle carezze della supermanovra: Costo di mille euro a famiglia […]Tagli alle agevolazioni fiscali: dagli asili ai mutui Sullo stesso giornale, Alesina e Giavazzi ammoniscono contro eventuali euforie da “problema risolto”, elencando e illustrando le difficoltà ancora in campo e suscettibili di peggiorare: Non coltiviamo troppe illusioni. La manovra da sola non basta E si prevedono nuovi sacrifici sparsi a pioggia su ricchi e poveri. Mentre continua lo scandalo dei costi della Casta e, in generale, dei superstipendi. E siccome ci capita tra le mani un Corriere Economia un po’ stagionato ma sempre attuale (del 9 maggio) ne utilizziamo le news per un caso non dei maggiori: Borsa 144 mila euro per consigliere. E’ la media delle retribuzioni dei membri non esecutivi dei Cda nelle sette principali società di Piazza Affari. I più pagati sono in Intesa Sanpaolo, la più austera è Fiat. Il testo mostra un…mostro da brividi. Eccolo: “Certo, sono cifre ben distanti dai 2,3 milioni di emolumenti per la carica girati nel 2010 a Cesare Geronzi, ex presidente del Leone di Trieste,o dai 4,42 milioni di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, che è anche consigliere di Generali (altri 193 mila euro); o dei 3,8 milioni di Passera e dagli 8,7 milioni di Luca di Montezemolo (Ferrari compresa).” E vi pare che manchino difensori convinti di queste cifre e regole di valutazione della bravura gestionale (compresa le botte di culo delle contingenze favorevoli)? Eccone uno, di taglio accademico, che non arrossisce a dichiarare, serafico e convinto: “Non sono retribuzioni scandalose, considerato che i consiglieri hanno responsabilità civili e penali” Così, Stefano Caselli, “docente di Economia degli intermediari finanziari in Bocconi”. Intanto la corruzione, culto particolarmente diffuso e incisivo di mammona, torna a dilagare con “discreta” (e non assoluta come pare ai Polito di turno) imparzialità tra gli schieramenti politici. Argomento possibile (se la nausea non ci avrà immobilizzati gesti e parole) per un altro sfogo (tanto incisivo, peraltro, quanto la puntura di una formica).

Napolitano sui tempi: un miracolo. Questo frammento di un titolo ormai stagionato suona strano di fronte al marasma che affligge i piccoli e tutti gli indifesi del monstrum chiamato società civile:un miracolo, la pura e semplice rapidità della decisione senatoriale sulla manovra? Una qualità che non ne riscatta certo la pesantezza sadica (e, chissà, forse imprudente: “l’avvenire è in grembo a Giove”) E’ da escludere un sottile sottinteso ironico? Anzi, di un’ironia magari celata, ma anche accorata? Il nostro stimato Presidente è capace.dell’una e dell’altra emozione.

Pasquale Licciardello

mercoledì 6 luglio 2011

SI FA PRESTO A DIRE DEMOCRAZIA

Stiamo per dare spazio a uno sfogo personale, un argomento (o tentazione che dir si voglia) di sicuro dileggio per (del resto improbabili) “lettori di vita”. Cioè, di quella sconfinata platea antropologica particolarmente vasta nella nostra stupenda Italia, di navigati, di persone che sanno “come va il mondo”, che non si stupiscono di nulla perché il mondo è sempre andato avanti così. Così, come? Ma che domanda, lettoruccio di smarrita minoranza superstite! Eccoti il come: con inganni, imbrogli, furberie, violenze di rabbia privata e di congreghe mafiose, di strutturate lobby e di segnalatori e segnalati per posti e carriere. Così il mondo antropico, dicono, è sempre andato avanti, e non c’è barba di controllo legale impersonato in tecnici di specchiata onestà e sapienza specifica che abbia potuto estirpare l’ubertosa foresta di piante carnivore in sembianze di morfologia bipede. E quindi, che scrivi a fare? Quali proteste pensi di inventare, quale esito pragmatico te ne proponi o candidamente sogni? Confessiamo: niente, nessun esito, potrei giurarlo se ne valesse la pena, se il giuramento (tanto sputtanato in basso e in alto loco) conservasse ancora uno spicchio d'innocenza spendibile in un, sia pur parziale, riscatto dall’inquinamento dilagante nella nostra società pluri-malata. "Niente" è risposta incautamente battezzata nel ridicolo? E sia come che sia: il preambolo s’è slargato abbastanza e i miei tre lettori fremono d’impazienza nell’attesa delle possibili novità, di sostanza o di stile, che si aspettano da me (bontà loro).
         Libertà, quanti delitti in tuo nome! L’antica voce di nobile protesta si è riascoltata infinite volte nella funesta carneficina non-stop chiamata storia. Definizione esagerata? Ma c’è stato mai, nell’indolenza superveloce del pianeta che ci fa nascere e morire con divina indifferenza, un solo minuto privo e vuoto di uccisioni più o meno rabescate di ingegnose torture, non importa di quale finalità e giustificazione? Ma non è di questo genere di estremismo liquidatorio (per millenni motivato dalla scoperta pratica antropofagica poi drappezzata in sonore maiuscole battezzate ideologia e filosofia) che intendiamo occuparci, sì di una pratica criminale che altrove, in un accenno laterale, abbiamo definito degli “uccisori lenti”. Chi sono? Presto detto: sono i corrotti. Di ogni statura e impostura, ma superlativamente, quelli che ingoiano bocconi a rischio di strozzatura. Il nesso con l’omicidio non si vede? Verissimo: la vita convenzionale non lo vede, miniaturizzato com’è, o coperto da legittimazioni speciose. Ma non ci vuole tanto a mettere una lente d’ingrandimento davanti all’occhio pigro della mente. O tirare via i drappi camuffanti. I grandi corrotti e corruttori manipolano milioni e miliardi (in euro), i più modesti, di gola o di coraggio, si contentano di quote meno scampananti. Questo denaro sfugge, in tutto o in parte, al controllo dello Stato, manca al fisco. Tale lacuna viene colmata da quel Leviathan hobbesiano che è lo Stato (non sempre forte con i grossi barracuda e spesso maramaldo con i deboli) infierendo su chi non può sfuggire alle fauci dell’orco tassatore: i milioni e milioni di infelici impotenti, pubblici impiegati e paria pensionati, che abbiamo la “trattenuta alla fonte”. È vero che fra questi impotenti ci sono anche fior di felici con pingui stipendi e pensioni e redditi finanziari, ma non è questa brava gente dall’ingordigia bulimica a muovere i nostri tasti verso il rispetto. Questi super manager di imprese private o di pubbliche agenzie di varia funzionalità e fantasia, per quali e quanti prelievi fiscali subiscano non sono che una componente del male radicale che stiamo “celebrando”.
         Fin qui ripetiamo cose già dette in altre parole accenti e sentimenti: oggi vogliamo esprimere, invece, la sorpresa (e sia pure relativa) per la vastità estensione e localizzazione totalitaria della peste corruzione. A sfogliare quotidiani o rivedere servizi in tv e in rete si constata che sono pochi i giorni dell’anno in cui non venga scoperto un nuovo corruttore supercorrotto. Il signor Bisignani e i suoi complici attivi e passivi sono soltanto il provvisorio ultimo caso della sterminata serie-rete che attossica la pretenziosa democrazia italiana, con nomi illustri, personaggi importanti, soprattutto mai sospettati perché giudicati insospettabili. Sorpresa, perfino incredulità, quando scoppia un nuovo affaire, e salta fuori un altro nome di peso sociale o istituzionale. Sorprende, poi, come questi precettori del malaffare rispondano a tanti nomi largamente circolanti nella malatissima politica italiana. Ma la sorpresa dura poco: basta, a spegnerla, un minuetto con la memoria recente e remota. Ed ecco salire alla ribalta nomi di uomini e donne, e più di queste, in certi casi, che di quelli. Sono personaggi che hanno avuto bisogno di un Bisignani o altro ed equivalente consigliere-protettore occulto per “arrivare” e contare. Il moltiplicarsi del numero degli scoperti (benedette intercettzioni!) fa perfino sospettare che, almeno nell’ambito dell’attuale sbracata                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  maggioranza arlecchina, quasi nessuno sfugga alla “raccomandazione assistita”, specialmente in ambito “bel sesso”. Ma anche di là dalla politica non c’è campo di azione dove girano miliardi che non sia stato ferito dalla peste corruttiva: calcio, in primis: di ogni livello, ma, con elezione ovvia, della massima serie, con annesso mondo delle scommesse, diretto motore della corruttela più spudorata e miliardaria. Corse, poi, ciclistiche, e motociclistiche, automobilistiche e nautiche. Con varia casistica. Ma resta la politica la zona operativa dove la cancrena corruttiva divora maggiormente l’innocenza della società civile. Non senza (bisogna aggiungere) il supporto di certo spudorato giornalismo ruffiano, cartaceo e televisivo, inquinato dal foraggio di un padrone industriale o (e soprattutto) di un patronato politico di ramificata esuberanza faccendiera.        Un aspetto lugubremente disgustoso del contesto evasione fiscale-repressione è la ferocia esercitata dalle agenzie di contrasto, Equitalia in testa, contro i piccoli evasori, i poveri cristi e maddalene, così spesso colpevoli soltanto di ignoranza o insolvibilità materiale o, ancora, vittime di errori commessi da impiegati e dirigenti “distratti”. Si arriva al pignoramento delle modeste dimore, al taglio di pensioni già misere e miserrime. And so on, a gloria della crudeltà e a dileggio della troppo cantata e sventolata democrazia, ben poco onorata nell’azione professionale di individui e collettività istituzionali. Una puntata del format tv Mi manda Rai Tre si è occupata, non molto tempo fa, dell’argomento: vi abbiamo visto piangere vecchiette e vecchi con pensioni tra i 500 e i 250 euro mensili, condannati a rimborsare somme incredibili percepite indebitamente (dicevano i lupi del controllo) per errori dell’ente erogatore, cioè dei suoi dipendenti. La cosa era tanto triste che il conduttore decise un minuto di silenzio in omaggio a queste vittime di un sadismo cieco e bastardo, anch’esso colorato di democrazia. E resta tanto grave che si è cercato, tra maggio e giugno, di cancellare gli aspetti più odiosi di questo diritto-scandalo che è il fisco italiano. Che paghino i lupeschi evasori, che si contrastino i paradisi fiscali, che si raffinino tecniche e impegni contro questi tirannosauri dei poveri e dei semipoveri: tutto bene. Ma cancellare debiti dovuti a errori degli erogatori, impinguare le pensioni-vergogna fino alla garanzia di un’esistenza magari povera, ma che sia anche dignitosa: tutto questo sarebbe assai meglio di un rigore cieco, e pertanto sadico. Sarebbe, cioè, degno di una democrazia di fatti e non di sole parole e turni elettorali.
         Ma gustiamoci, a conclusione, qualche scampolo di citazioni testuali divertenti. Ecco Luigi Bisignani che gioca la carta della diminutio  davanti al magistrato: “Io sono una persona perbene, do solo consigli”. Consigli tanto robusti da decidere la sorte di politici e manager pubblici e privati. Ma il maneggione non rinuncia al suo understatement: purtroppo, svestito dalle sue testuali dichiarazioni catturate dalle registrazioni. Proponiamo  alcuni pareri (raramente sballati, e forse quasi mai) su personaggi pubblici. Ecco il Michele Santoro in versione Bisignani: “Santoro è il più grande regalo che Berlusconi ha perché ogni volta non sposta niente, anzi. E’ un errore clamoroso mandarlo via”. Aveva torto? Non sbaglia neanche su Masi, ex direttore generale della Rai: “A Berlusconi l’ho detto: presidente fa un errore a mettere Masi, Competente nelle istituzioni, sapevo che lì avrebbe fatto un disastro”. Previsione avverata. Un signor Papa sogna i nobili banchi di Montecitorio e chiede a don Luigi di parlare a chi di dovere. Bisignani alza il telefono: “Io parlai con Verdini. Lui, come tutti, mi disse che avvocati e magistrati ben vengano”. Detto, fatto. L’inchiesta su Bisignani nasce quando un imprenditore di sistemi frenanti, socio dello stesso Bisignani, decide di denunciare l’a.d. di Trenitalia Mauro Moretti che non lo fa lavorare, ma viene bloccato da Alfonso Papa, ormai deputato del Pdl, “che in questo modo voleva acquisire meriti con il manager.” Moretti “è accusato di corruzione, concussione ed estorsione” dai pm Woodcock e Curcio, che ne chiedono l’arresto alla Camera. Bisignani e Papa sono anche sospettati di far parte di un gruppo di potere occulto”, una nuova P2, a cui, però, dopo la replica targata P3, tocca il numero 4. Gruppo, ovviamente, “diretto a interferire sull’esercizio di funzioni di organi costituzionali, amministrazioni ed enti pubblici” In violazione della legge del 1982 (diretta filiazione dello scandalo “Loggia P2”) che vieta le associazioni segrete. Come in cento casi simili, il solito Berlù, premier per grazia dei soliti “pargoli” poco evangelici e molto avidi, dichiara: “è un’indagine sul nulla”. Mentre il Corsera (18 giugno) dedica al caso un’intera pagina densa di dati, nomi, grafici e quant’altro.
L’intreccio criminale ruotante sull’asse Bisignani è tanto folto da escludere ogni velleità di completezza da questa “testimonianza”. Altri argomenti premono: di prevalente peso e attualità, come l’evento Tav nel folto dei suoi diversi aspetti e implicazioni. Tra quelli e queste spicca l’ostilità della Val di Susa al magno business straccia-natura: quei valligiani difendono l’ambiente dall’ingordigia cieca che bada soltanto alla carne di Mammona. Tra i contestatori, come in altre occasioni altrettanto “pesanti”, si sono inseriti i cosiddetti black bloc, nemici della globalizzazione e difensori dell’ambiente, ma per i giornali “dabbene”, che li assimilano a delinquenti tout court, sono soltanto dei violenti fuori della storia e del progresso. Un titolone del Corsera (4 luglio) suona la campana moderata di sempre: Assalto alla Tav, 188 agenti feriti. I black bloc contro il cantiere. Napolitano: violenza eversiva. E via su questo tono. Il presupposto tacito e ovvio è il solito: violenza è soltanto la reazione dei contestatori, dei nemici dello scempio, che tirano sassi e resistono agli agenti inviati a bloccarne gli ardori. Sintomatico, fino all’ingenuità autolesionista, quel panciuto numero di agenti feriti, e nessun manifestante leso fosse pure di un’unghia. Non vale che me li segnali il testo quando si sbandiera quel numerone magnetico. Napolitano definisce violenza eversiva la protesta, e va bene così: il ruolo ha certi costi. Ai quali non è sottoposto, però, un Bersani, che avrebbe potuto sfumare e circostanziare la sua frettolosa condanna. Quanto alle “polemiche nella sinistra radicale”, uomini siamo, non dèi. E per quanto ci riguarda, stiamo con Grillo, che promuove a eroi quei generosi contestatori di una bastarda concezione dell’esistenza umana.         Questa sorta di pandemia che fa strage di quegli stessi valori che le democrazie vanno celebrando nei sermoni politici,  cavandosela, nei fatti, con fettine di welfare più o meno vicine alla disperazione. E sia detto con memoria delle differenze fra nazione e nazione, in Europa e nel vasto Occidente dogmaticamente liberista e globalizzato, tutto mercato e concorrenza, crescita e pil, agenzie di rating  ed equilibrismi destinati a colpire le prede più facili, operai, pensionati (come sta accadendo in questi giorni), mentre l’immoralità più spudorata continua a elargire milioni a categorie blindate nel privilegio, il tutto secondo “regole” inventate dagli stessi privilegiati. E poi i violenti sono i black bloc.
         Pasquale  Licciardello

domenica 19 giugno 2011

TRIPOLI, BEL SUOL D’AMORE

Ero in dubbio se mettere come titolo Ritorno in Libia o questo: in entrambi la componente ironica traspare, ma nel prescelto la esalta quel riferimento a un' epoca di retorica patriottarda tipica del colonialismo spudorato. Comunque sia, e cioè, qualsiasi ruolo si voglia dare al titolo la sostanza dell’affaire brucia di sofferenza errori arroganza. Più calcoli oscuri dietro sogni di vantaggi materiali: calcoli e sogni che hanno movimentato la testa  pensante (o ponzante) dello schieramento Nato, quella Francia sempre incline all’autopromozione barricadera che nell’attuale presidenza vive uno dei suoi momenti di gloria (alquanto soggettiva!). L’espressione ironica (ancora! – dirà il lettore veloce. Ma sì, e non sarà l’ultima occasione di usarla, l’ironia) allude a quel gallismo che è e resta la patologia inguaribile dell’anima gallo-franca. L’eziologia di questa piega clinica risale, forse, alle origini: ma solo per la componente bio-genetica: alla quale bisogna aggiungere, si capisce, la pedagogia indotta dalla storia. I francesi si sentono, e non lo dimenticano mai, gli eredi diretti della Gloriosa Rivoluzione (1789-93), che ridimensionò la potenza della vecchia aristocrazia, inaugurò l’era della “operosa borghesia”, e insomma aprì all’età contemporanea quelle porte che solo parzialmente (in effetti istituzionali e tempi) la Restaurazione seguita alla fragorosa e micidiale epopea napoleonica (altra gloria franco-gallica) poté sospendere. Il resto della storia francese, quel misto di vittorie e sconfitte, glorie e vergogne che è condiviso da ogni popolo e Stato, gran parte dei francesi istruiti e politicamente impegnati lo imbelletta di gloria, anch'esso.         Chi è stato a spingere per un attacco alla Libia, uno stato sovrano, d’un tratto alle prese con una rivolta dalle motivazioni ambigue e non tutte innocenti? Il presidente francese Sarkozy, galletto transalpino incline ai sogni di gloria indotti da quella storia ruffiana. E, piccolo com’è, ha fatto la vocina grossa per pungolare i comandi della Nato, a volte esitanti verso espansioni ingiustificabili dell’intervento. Non senza interpretare secundum quid il mandato dell’Alleanza: intervento umanitario in difesa dei civili “massacrati” dal mostro Gheddafi. Da quella difficile difesa esclusiva al massiccio intervento globale, un’evoluzione ad augendum ha marcato le tappe della sballata iniziativa, che, nell’estensione crescente, appare sempre più sguarnita di legittimazione e alibi. Orbene, qual'è il bilancio di questa sciagurata impresa? Troppi morti civili di “provenienza” Nato, si sono aggiunti a quelli provocati dagli scontri fra insorti e lealisti gheddafiani. Troppe distruzioni di ambienti non militari motivate dalla caccia al Raìs (già condannato a morte nelle sentenze, imo corde, di Sarkozy e sodali, francesi e non). E c'è un culmine dell'orrore che, da solo, basterebbe a condannare senza attenuanti l'ipocrisia di questo presunto intervento umanitario che puzza di petrolio lontano un miglio: l'uccisione di un figlio di Gheddafi e (soprattutto) di tre nipotini, tre bambini, l'innocenza fatta carne. Un servizio televisivo ha fatto vedere le molte aree civili distrutte dalle  sapienti bombe alleate, e le copiose reliquie architettoniche ancora sotto minaccia, a cominciare dalla splendida Leptis Magna, gloria della Roma imperiale finora rispettata, ma non garantita contro l'incerto futuro.
         Ma quello che emerge con maggiore evidenza dalla trasmissione sono gli errori di valutazione dei nostri pomposi “liberatori” del kappa. Primo errore: l'avere battezzato con sospetta tempistica una rivolta regionale dalle motivazioni localistiche (e parzialissima) come lotta di tutto un popolo per la sacra Libertà, cioè come un nuovo capitolo di quella gloriosa storia della Libertà (incappucciata di maiuscola metafisica) che, cominciata nella Tunisia, dilagata subito dopo in Algeria nell’Egitto di Mubarak, e ai nostri enfatici giorni di caos generale scoppiata e repressa bestialmente nella blindata Siria di un coriaceo Assad. Errore nel semplicismo delle valutazioni precedenti, micidiale abbaglio sul caso Libia: prolifico e di futuro ancora incerto, ma di certissimo presente demolitore. Il secondo errore, la sottovalutazione della realtà socio-politica e militare della composita nazione libica in regime gheddafiano: cioè, l'incomprensione della popolarità del Raìs, della sua capacità di resistenza, la sorpresa per le controffensive parzialmente vincenti. Ai primi giorni dell’azione Nato si pensò e si disse che la “pulizia” sarebbe durata pochi giorni, al massimo due-tre settimane, E siamo al terzo mese di conflitto sempre più esteso, sempre meno controllato nella selezione degli obiettivi e quindi negli effetti letali per i civili.
         Il servizio televisivo di cui sopra fa vedere una realtà di parata, che comprende manifestazioni di affetto per Gheddafi, di condivisione dei suoi obiettivi, e insomma di devozione convinta fino all’eventuale morte in difesa del leader. Naturalmente, questa parte dell’esperienza guidata viene declassata a pura propaganda e recita di regime. Lo sarà, in tutto (improbabile) o in parte. Ma dov’è lo scandalo, o la novità? Non hanno fatto sempre così le dittature? Noi vecchi ci ricordiamo delle adunate e marce e "viva il Duce" della nostra infanzia di Figli della Lupa, Balilla e via salendo (chi scrive si fermò al grado di Balilla, causa la guerra e la sconfitta). Questa marcatura propagandistica toglie sincerità e verità alle  recite e alle professioni d’amore per tanto leader carismatico? Lasciamolo credere a chi può supporre che dei bambini delle ragazzine e degli adolescenti ambo sessi possano recitare, maliziosamente, davanti alle telecamere del giornalista. Tutte le messe in scena del Gheddafi in difensiva fanno ridere meno di una cicalata del Berlù (sempre alle prese con una realtà da seppellire sotto il solito strato di ciarle, oggi più che mai in lotta con l'evidenza di un declino incombente); o di una sbrodolata cretina del Nano sapiente dal cognome sfottente, Brunetta (che nei precari addita "l'Italia peggiore" !), un talento comico sprecato. O, ancora, delle pettinate dichiarazioni di un Frattini condannato al superfluo di coda.
         Le stesse parole di funzionari e personalità varie sulla sorpresa targata Italia: soltanto finzioni, recita, menzogna mediatica? Perché dovrebbero giudicare “serenamente” un intervento assurdo, a distanza di pochi giorni da una visita trionfale come solo l’istrionismo del nostro Premier sapeva ospitare e montare (ah, le impagabili schiere di girls selezionate a disposizione del super amico). E c'è una novità, in campo, per stoppare la cruenta insignificanza di un intervento Nato male e peggio realizzato: una proposta del figlio di Gheddafi Saif Al Islam che ha tutti i crismi per essere presa sul serio. La si legge nell'intervista al Corsera  del 16 scorso, due meritate pagine, che qui soffochiamo, per brevità, nei quasi solitari titoloni e relativi complementi: "Elezioni in Libia, tanto vincerà mio padre" L'intervista. Saif Al Islam, dopo settimane di silenzio, parla a nome del clan: "Il popolo è con noi. Batteremo i ribelli nelle urne" L'erede di Gheddafi presenta il suo piano per uscire dal conflito. "Il vecchio regime è  morto. Ora un governo federale stile Usa". Ancora. "Al voto entro tre mesi, con osservatori internazionali. Accettiamo la Ue, l'Unione Africana, l'Onu, la Nato. L'importate è la trasparenza". Un giudizio sul grande amicone "vasa vasa" (copy right di Totò Cuffaro), dottor Silvio Berlusconi? Inevitabile. Quanto l'accoppiata con l'inutile Frattini: "Berlusconi è in difficoltà. Bene. Non possiamo che gioirne. Lui e il ministro Frattini si sono comportati in modo abominevole con noi". Non sono proposte ragionevoli, queste di Saif? Eppure non hanno avuto eco, finora. Anzi, ne hanno avuto una negaitiva. Ecco un titolo (e delle parole) che non ci saremmo aspettati da Romano Prodi, cioè dal presidente del gruppo di lavoro Onu-Unione-Africana per le missioni di peacekeeping: "Ma con Tripoli non c'è più spazio per mediazioni". Ancora: "Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti delle rivolte arabe". L'incipit del testo offre parole prodiane più rivelatrici (e più sconfortanti): "No, non mi pare che sulla Libia ci siano spazi per una mediazione. Chi conosce bene la situazione sostiene che la prima a non volerla è la Nato". Ecco una rivelazione accorante: la Nato, la prima a non volerla, la pace! La Nato, cioè Francia, Inghilterra, qualche altra componente, con l'aggiunta della lontana Cina: le tre "signore" nominate da Prodi. In una nuvola di petrolio in versione vapore. E Così altre vittime civili e altre distruzioni sono garantite. E questi signori osano parlare di pace, emergenze umanitarie, libertà e altra merce fine.
Pasquale  Licciardello 

lunedì 13 giugno 2011

Israel uber alles?

Tempi duri per lo Stato ebraico: un congresso (come si diceva ai tempi del parlar alto) di forze irsute con micidiali armi di sterminio avanza massiccio verso i suoi sacri confini conquistati a prezzo di cruentissimi sacrifici di uomini e territori di biblica legittimità. Quali, le forze ostili in marcia verso quella lindura, e quante le complicità di falsi amici e critici subdolamente bipartisan? Ma come si fa a pretendere un elenco impossibile? Non si capisce che a volerlo tentare occorrerebbero le pagine di un pesante volume-dossier? E dunque ci si accontenti di un veloce cenno ai principali di loro, cioè ai più lerci e degni di perpetua gogna: in vita et post mortem. A golosità maggiore farà fronte con successo le rete, che non lesina testi.
         Ci sono i vecchi stragisti di Hamas, lanciatori di missili poco meno che pantoclastici. Seguono i palestinesi cosiddetti moderati, che, sotto pelle di agnello sono lupi voraci anche loro, seguono gli antisionisti dell’Occidente, quelli che si dichiarano e sono tali e quelli che nascondono l’identità criminale puntata contro lo Stato ebraico. Ma torniamo ai palestinesi moderati: possiamo negarne la pelle di agnello che copre gli artigli lupeschi, se questi ingordi pretendono la restituzione dei famosi “Territori”? Quali, chiedi, giovane lettore ignaro? Ma giusto quelli che Israel conquistò nella brillantissima campagna militare di autodifesa sacrosanta del giugno 1967: la guerra traslata nella Storia del mondo come “Guerra dei sei giorni”. En passant, si ricorda che questi territori hanno ispirato recentemente due “Numeri Uno” della politica planetaria: il presidente degli Stati Uniti e il premier ebraico Netanyahu. Il primo ne suggeriva la restituzione ai legittimi possessori ante guerra, con disponibilità discrezionale per i palestinesi aspiranti a uno loro Stato. Il secondo replicò con uno storico irridente jamais. Mancò poco non esternasse la parola di Cambronne, che quasi certamente serpeggiò fra gli eccitati intrichi neuronici del biblico statista. Il quale, naturalmente, fu portato in metaforico trionfo dal suo popolo, sempre pronto (nelle sue maggioranze pentateuche) a scambiare i desideri per diritti, e santificato dai lugubri ortodossi cernecchiuti, convinti della promessa del loro terribile dio genocida sui territori già occupati e il resto che verrà (magari nel 3050). Ci sono poi i micidiali giovani antisionisti, i quali annunciano ostilità operativa contro il complesso di iniziative ideologico-culturali e commerciali previste in Milano con inizio al prossimo 13 giugno. Ma la difesa di Israele è già scattata in diversi presìdi di civiltà italica, e alate parole di sublime accuratezza scintillano dalle pagine di grossi quotidiani e molto imparziali magazine e rotocalchi. Qui ci confrontiamo con un esimio nome del Corsera, sempre pronto a scattare in difesa del santo Israele senza macchia. Pierluigi Battista anticipa la sua controffensiva agli attacchi cruenti di giovani malconsigliati, i quali sotto l’insegna dell’antisionismo vivono (secondo lui) un’avversione viscerale per Israele, e insomma una nuova febbre antisemita. Lamenta, Battista, e allerta, il neosindaco Pisapia, che, ovviamente, com’è suo dovere, non lascerà libero campo a eventuali facinorosi tra i fanatici della protesta, e saprà garantire l’ospitalità della metropoli lombarda. Ma non per la sollecitazione ruffiana dello zelante avvocato difensore. Lamenta, il Battista, che “circolano manifesti in cui una bandiera con la stella di David sembra schiacciare con la sua arroganza il Duomo. Si grida ‘No all’occupazione israeliana’ di Milano”. E chiede, con furbesca ironia: “ricorda qualcosa questo atteggiamento incendiario contro chi viene considerato un nemico assoluto che minaccia l’integrità di Milano?” Come no? Ricorda i preliminari della Shoah, vero? Intanto s’inchina (con sottinteso baciamano, suppongo) alla sveglia attenzione di Cinzia Leone che trova “del ridicolo” in questo presunto “rischio” di “invasione israeliana”. Rincara, Pierluigi: “Ha del ridicolo e del grottesco. Ma quella stella di Davide agitata come una minaccia, la sua identificazione con quanto di più oppressivo esista al mondo è anche l’ennesima prova che i confini tra antisionismo e simbologia antisemita sono labili e fragilissimi”. Più o meno (diremmo) come accade fra visione critica pigra e morboso fanatismo a memoria ingenuamente o astutamente (ma che razza di astuzia può essere?) selettiva a torbido vantaggio dell’idolo intoccabile.   
         Continua un bel po’ ancora il sermone di Pierluigi, il quale, assorto com’è nel suo enfatizzare la probabile (certa, per lui) scalmana di giovani ipotizzati un po’troppo infetti di fanatismo, ma di sicuro vibranti di giustificata indignazione contro questa infatuazione dell’intero Occidente ufficiale per lo Stato ebraico, non si accorge del titolo al sangue che il suo giornale ha messo in prima pagina: Si riaccende il Golan. Sangue al confine tra Israele e Siria. Pudicamente (?), il titolo (che avrebbe meritato grande foto e taglio alto e centrale, invece del taglio basso e laterale) non specifica la sorgente di quel sangue innocente: che è di palestinesi, giovani e ragazzi, per lo più. Né questo Ghedini del divino Israele sembra lasciare spazio al sospetto che alcune colpe, e non lievi, sventolano dalla parte di Israele. Al contrario, lui svolge il suo teoremino, granitico nella sua fede: un elogio a Fassino, che “nei giorni scorsi” ha contrastato “con ammirevole energia lo spettacolo osceno [!] di alcuni giovani estremisti che durante una kermesse bersagliavano il volto deformato di Simon Peres [poveretto!] e insieme la bandiera dello Stato ebraico”; un pungolo al novello sindaco di Milano: “Oggi tocca a Pisapia tracciare una linea di demarcazione con chi spende ogni sua energia [possibile che questi scalmanati ignorino pasti e sesso?] in una guerra santa [sic!] contro lo Stato di Israele”. Non senza precisare che lui capirebbe una critica selettiva contro questo o quel governo, questa o quella distinta azione e reazione di Israele, e che quindi la sua sacra avversione è rivolta contro chi rifiuta in toto l’esistenza dello Stato ebraico, presunto “delegittimato per il solo fatto di esistere, bollato come usurpatore per il solo fatto di esistere. E dunque da cancellare. Nella realtà storica. E anche nei suoi simboli, come quelli che verranno esibiti a Milano e che gli intolleranti considerano un’offesa per il solo fatto di essere liberamente esibiti”. Una vera goduria, questo manifesto battistico, per il suo danzante autore! Che perciò stenta a frenarsi, a chiudere, e concludere: vi si legge una sorta di feed back positivo, quel genere di reazione dell’effetto sulla causa che l’amplifica, anziché frenarla come accade nel negativo. Ricomincia, infatti, il suo delirio drogato, assaporandone l’estremismo del lessico e della sottostante fede lecchina verso l’Intoccabile, preventivamente assolto da ogni peccato presente passato e futuro. “La virulenza del fondamentalismo antisionista, del resto, sprigiona una veemenza intimidatoria che non conosce limiti e non risparmia nemmeno le icone della sinistra”. Eccoci alle soglie di un altro colpo di sicuro effetto spiazzante: “Solo perché ha rivolto un saluto all’ambasciatore di Israele in Italia, Nichi Vendola è stato fatto oggetto di insulti velenosi e di attacchi violentissimi nei siti cosiddetti ‘antimperialisti’”. E tu pensi: gli basterà? Speri di sì, magari in un capoverso finale meno pirotecnico, con qualche soffio ipotetico di non esclusione verso un qualche torto nella castrense storia di Israele. Fosse pure del genere “eccesso di autodifesa”. Macché: ha altro materiale a carico e lo spende sul pur vago, anonimo bersaglio: “Qualche mese fa anche Roberto Saviano venne trattato da ‘complice degli assassini’ solo perché aveva manifestato le ragioni del suo attaccamento [sic!] allo Stato ebraico in un convegno a favore della democrazia israeliana”. Conclude un fervorino untuoso per Pisapia che certamente saprà fronteggiare la minaccia incombente, e guadagnerà un doppio merito: contro i suoi avversari, che insinuarono una sua frequentazione di satanici estremisti, e un sicuro attestato di democraticità: “Un doppio gesto scandito nel nome della tolleranza, valore non negoziabile”.
         Basti quanto prelevato dall’assalto battistico per ospitare qualche domanda. Un lettore non avvelenato dalla passione per santo Israele coglierebbe subito il fanatismo vibrante nel lessico e nella tamburellante sintassi del Battista: ma a lui, al difensore senza se e senza ma del suo Israele di sogno, può essergli venuto a farlo vacillare nella sua fermezza qualche dubbio? E se, com’è più che probabile, nessun dubbio, nessun sospetto incrina la sua ferrigna consacrazione di quello Stato, non potrebbe, almeno, riconoscere che anche il suo idolatrare è fanatismo? Parole al vento: quale fanatico doc si riconosce fanatico? Fanatici sono sempre gli altri, quelli che lui attacca. Nell’articolo citato sopra sono segnalate parecchie vittime, e non sono cadute dal cielo: sono state prodotte dagli spari ebraici. Legittima difesa, don Battista? Ma quei giovani erano disarmati. Non minacciavano Israele, non s’erano mossi per colpire, ma soltanto per ricordare i giorni della disgrazia del loro popolo, la diaspora seguita all’insediamento ebraico favorito dall’Onu, e l’umiliazione condita di morte e distruzione della gloriosa (per Israele) e sciagurata per i loro popoli del giugno ’67. Una strage a sangue freddo, insomma. E non è la prima, ma l’ennesima prodotta dalla pistola facile dei pistoleros di quella specie di Far West tecnocratico.
         Era l’ennesima volta, sì, di quell’eccesso di risposta che ripete un sanguinario schema: un arabo punge con uno spillo un ebreo e quello risponde con una pistolettata. Questa biblica proporzione si è ripetuta innumerevoli volte, e, come si vede, anziché correggerla, quei governanti e militari e superortodossi e chissà chi altro la confermano, anzi la potenziano. Così è stato a Gaza, la striscia che ha conosciuto perfino l’uso schifoso del fosforo bianco, che tagliava braccia e gambe a innocenti e bambini senza fare scorrere sangue: una finezza della superscienza americana, un gran passo verso la disintegrazione parcellare dell’umano. Ma chi parla di queste brillanti affermazioni dell’intoccabile Israele, figlio di Geova, il dio genocida, massacratore di bambini e città intere? Questa purulenta realtà cova-guerra avrebbe potuto diventare, col tempo e la buona volontà (cioè un po’ più di realismo), un normale aggregato umano compatibile col vicinato. Il quale, essendo stato offeso nell’orgoglio nazionale e umano da decisioni imposte dall’alto (ah, gli errori dell’Onu!) e contrarie ai suoi interessi, ha reagito per protesta e in difesa della sua dignità. Gli ingenui dirigenti arabi non capirono la vera forza del nuovo Stato, cioè la garanzia degli Stati Uniti, a loro volta condizionati dalle potenti lobby ebraiche interne, sempre pronte a finanziare necessità di bilancio urgenti, a supportare con televisioni e giornali la politica estera Usa, e via dicendo e numerando. Non si dimentichi che quando Israele corse un serio pericolo di sconfitta ad opera dell’Egitto (che dalle umiliazioni precedenti aveva imparato la lezione dal potente nemico esperto in assalti a sorpresa), Nixon arrivò a fare scattare l’allarme atomico di secondo livello, ad ammonizione dell’Urss che garantiva lo Stato africano. In intesi,  Israele l’intoccabile viziato. I governanti Usa, alcuni ebrei, devono garantire la sopravvivenza di quel popolo e Stato: costi quel che costi. Naturalmente, un generalizzato conflitto atomico non avrebbe vincitori, ma solo vinti. Anzi, un solo vinto: la folle “famiglia” umana. Tuttavia, siamo convinti che se Israele fosse spinto con le spalle al muro (un’ipotesi del tutto teorica) non esiterebbe a usare anche l’arma atomica. Così convincenti sono le molte prove di crudeltà fornite, nella lunga sequenza di scontri diretti o indiretti, frontali o “laterali” con i palestinesi troppo umiliati, e spinti alla formazione di versioni resistenziali “disperate” come Hamas e sue diramazioni ultras e i connessi atti di terrorismo (peraltro, pagati sempre ad usura). Anche a scorno, queste eccessi ebraici “difensivi”, dei consigli di moderazione provenienti, in alcune occasioni, dal Grande protettore. Ultimissimo esempio, la risposa arrogante di Netanyahu al presidente Usa Obama, che invitava Israele a una vera pace con il circostante mondo arabo a prezzo della restituzione dei Territori.
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Per decenni chi scrive ha respinto come pure e velenose invenzioni certe leggende dette, sbrigativamente, antisemite: dal violento pamphlet di Céline, Bagatelle per un massacro, all’ennesimo best seller (si suppone) di Umberto Eco, Il cimitero di Praga (che contiene riferimenti dettagliati di vasta e autorevole documentazione) le scritture “esoteriche” contro gli ebrei della molteplice diaspora non si risparmiano nell’attribuire a presunte congiure bibliche il sinistro disegno di impadronirsi del controllo planetario plurietnico con mezzi subdoli e privi di scrupoli verso le esistenze altrui. Queste leggende nere di una congiura segretissima delle varie lobby mosaiche per dominare, in vari modi segretissimi, e in tutte le dimensioni e strutturazioni del potere umano (bancario, industriale, mercantile, artistico, scientifico, e via seguitando) l’intero orbe terracqueo puzzano, senz’altro, di paradossali enfatizzazioni, ma, alla luce di fatti e misfatti di pacifica impostazione, ma da decenni anche, e soprattutto, spocchiosamente e spietatamente militari, lo scetticismo precedente è venuto modificandosi riducendo le certezze sulle esagerazioni più o meno incredibili e sviluppando riflessioni meno corrive nel respingere come pure balle denigratorie certi j’accuse di varia e concorde provenienza.
         La difficoltà di “ragionare” con i fanatici di Israele è ben radicata e alimentata. Primo elemento di vantaggio per lo Stato ebraico, l’orrore della Shoah: su quello sgorgo di criminalità bestiale gli ebrei di ieri e di oggi hanno trovato un punto di forza inattaccabile. O, se vogliamo essere più puntuali, attaccabile, finora, soltanto da giovani bestiole bipedi che sventolano la svastica sognandone un futuro di gloria a giusta vendetta dell’ingiusta sconfitta dei macellai di Hitler. Un complesso di colpa continua a gravare la coscienza degli europei colti e/o politicamente responsabili: non ne avrebbero motivo, essendo stati estranei, vivi o non nati che fossero in quei terribili anni, a quel culmine della ferinità imbecille e superdrogata. Ma, essendo europei, un qualche disagio lo avvertono. Tanto più da che si è (bene o male) realizzata questa Ue, pur essendo, nei fatti, zoppicante. Ci siamo occupati, non molto tempo fa, di un caso emblematico: un’inchiesta dell’ Europa Unita su quale Stato minacci di più, oggi, la pace dava come esito un primato robusto dello Stato ebraico. Apriti cielo! Una tempesta sprecona di lampi e tuoni, un delirio diffuso fra politici, esponenti dell’arte e della cultura, qualche religioso con o senza abito talare, insomma un fenomeno imponente di cattiva coscienza viltà lecchinismo sbracato e altra secrezione del fanatismo umano quando trova via libera nel sonno della ragione. Tutti quei cervelloni davano addosso all’Europa, che non avrebbe dovuto promuovere quell’inchiesta. Vedi dove può sprofondare l’ingegno antropico drogato di fanatismo puro e distillato. Quel bel tomo di super liberale del gotha che risponde al nome fin troppo conosciuto di Ostellino “ripudiò” l’Europa: come fosse una moglie fedifraga!
         Se i patiti del santo Israel sono di questa sostanza, figuriamoci gli ebrei di fuori e di dentro: sono decenni che sfruttano quella sventura e non accennano a moderarsi. Anzi, periodicamente festeggiano con nuove iniziative quel lurido secreto della ferinità umana addottorata. Mentre scriviamo è in pieno sviluppo l’ennesima iniziativa: una campagna di raccolta di ogni possibile traccia dell’Olocausto, un invito a tutti i bipedi ponzanti, di ogni età e sesso e condizione sociale, di regalare, di consegnare a diffusissime postazioni di raccolta o spedire a precisi indirizzi ogni traccia memoriale di quell’orrore, fosse pure la più piccola e apparentemente insignificante reliquia. E tutto l’Occidente accidioso e intimorito da questi eredi nevrotici capaci di ricatti e sornioni vade retro , pronti,  a gara, al sostegno, così privo di nobiltà. Perché, se nessuno dei benpensanti ha il coraggio di obiettare a questo incessante sfruttamento di un’oscena tragedia, non per ciò l’utilizzo banalmente utilitario dell’immenso dolore altrui per vantaggi presenti di eredi assenti da quell’assurdo è riscattabile e al riparo da un rifiuto morale che può mostrare un significativo indotto di questo abuso: una dissacrazione, la banalizzazione utilitaristica di qualcosa di sacro. Sì, non meno di una profanazione e dissacrazione comporta questo infinito sfruttamento di un destino tragico da ricordare, semmai, dentro le case e fuori dal chiasso (fosse anche muto!) dell’esterno.
         Capita a fagiolo un trafiletto della Repubblica (22 maggio 2011) lampeggiante di evidenze incatenate fin dal titolo: Il Caso. Obama, dopo il gelo con Netanyahu, oggi l’esame della lobby ebraica. Testo integrale. “Washington. – Per la prima volta, il presidente americano Barak Obama parlerà oggi alla Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, una delle principali lobby ebraiche americane, di orientamento conservatore. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha anticipato che non si tratterà di ‘un grande discorso politico’, ma piuttosto di un’occasione per riaffermare ‘l’incrollabile  legame fra israeliani e americani e l’importanza di questo  rapporto’ // Dopo il discorso del presidente americano sulla primavera araba e sul Medio Oriente, nel quale Obama ha proposto di tornare ai confini del 1967 ricevendo un no dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, e la successiva freddezza nell’incontro di Venerdì a Washington fra i due capi di Stato, il discorso di oggi e soprattutto l’accoglienza che riceverà Obama all’Aipac saranno seguiti con grande attenzione. Gli ebrei americani sono fra l’altro un importante bacino elettorale per il Partito democratico, con un ruolo di primo piano nella raccolta di fondi”. Tiè.
Nessuna sorpresa, beninteso: son cose risapute, ma non è un ozioso spreco di tempo e inchiostro accogliere in uno sfogo poco autorevole, come il presente, testimonianze autorevoli quanto ineccepibili. Con queste cambiali a rischio protesto non è difficile valutare l’ingenuo ottimismo dell’Obama che offre quella sorta di pace al molto viziato e fin troppo garantito Israele. Quando in un’agenda del 1967, dopo la fulminea “Guerra dei sei giorni”, scrivemmo quella frase accorata (“Israele, spina nel fianco dell’umanità”) sapevamo bene, purtroppo, quel che intendevamo: tutte le successive azioni militari nell’area discendono da quel discutibile trionfo, vissuto dagli arabi come il culmine di un passato amaro e una macchia da contestare con ogni mezzo lungo l’incerto futuro per stemperarne, quanto meno, l’inevitabile destino di dolore. Ma da tutte le provocazioni Israele è uscito con nuovi trionfi. E, si badi, anche del genere criminale più abietto: vedi (per fare solo due esempi fra gli innumerevoli possibili) i casi di Tell al Zatar (1976) e di Sabra e Shatila (1982), due massacri privi di un qualsiasi appiglio che non sia la gioia sadica della strage, nello specifico delegata a fanatici cristiani (sic) maroniti della cosiddetta Falange. Ce ne siamo occupati più volte in precedenti e ormai lontani interventi, ma un paio di righe in questa occasione per quel saggio di delirante belluinità (così rivelatrice delle potenzialità di homo sapiens) non saranno spreco ozioso nel presente filmato. Tell al Zatar è una collina palestinese imposta alla memoria storica da questa atrocità: i palestinesi, dopo mesi di assedio e di tormenti (i falangisti sparavano perfino ai bambini che venivano mandati a prendere acqua da una fontanella vicina sperando nel rispetto degli assedianti per gli innocui innocenti: un tiro al bersaglio alla risata come su lerci topi), avevano offerto la resa a condizione della salvezza fisica. Offerta accettata con tanto di formale impegno. Ma quando gli stremati resistenti furono in pianura quegli allegri buontemponi di cristiani (non privi di ciondolanti cristi in collana) li schiacciarono sotto i cingoli dei loro carri armati. Sabra e Shatila, nel martirizzato Libano meridionale (trasformato da Israele in una dépendance ebraica) erano degli innocui campi profughi pieni di palestinesi civili, donne bambini vecchi. Ebbene, mentre i soliti macellai di un beffardo Cristo nazista mitragliavano allegramente queste masse di innocenza pura, i valorosi militari ebrei fumavano, divertiti, agli ingressi dei due campi. Una minuscola riedizione occasionale dei lager nazisti. La combutta responsabile del massacro espone nomi celebri, capitoli eminenti della storia israeliana: Begin, capo del governo (e già comandante del gruppo terroristico Irgun, medaglia d’oro per aver fatto saltare in aria l’hotel King David con i suoi ufficiali inglesi al tempo del mandato britannico), Ariel Sharon (colpito da paralisi subito dopo aver deciso la restituzione della striscia di Gaza ai palestinesi: Castigo divino, dissero i cernecchiuti ultrà ortodossi). Nei due campi furono massacrati centinaia (tra gli otto e i novecento, forse) di innocenti civili di ogni età e sesso. Per fare da guardiani-spettatori allegri i militari ebrei, avevano violato un patto con gli Usa, quello di non ritornare più in Beirut ovest: l’ennesimo esempio di tracotante ingratitudine verso il loro supremo garante. Altro ennesimo dello stesso metallo, la sfottente noncuranza delle decisioni Onu. La solita Assemblea generale definì e condannò il massacro dei due campi come “genocidio”. E la stampa mondiale non risparmiò le giuste critiche e condanne morali allo Stato sionista. Delle quali i leader ebrei risero, ut semper. Chissà se i devoti e i paladini del santo Israel si ricordano di questi e di mille altri crimini del loro beniamino. La linea difensiva è sempre, monotonamente, il diritto-dovere dell’autodifesa: come se non fosse lecito o possibile distinguere e misurare e condannare eccessi mostruosi come quelli appena ricordati. Che però scivolano sulla sensibilità drogata dei devoti come carezze di una brezza estiva. Peggio quando imbufaliscono e toccano vertici di comicità da palcoscenico: vedi caso Ostellino e altre celebrità nel nostro precedente scrittarello sul tema, presente nel mio blog, titolo  I fanatici di santo Israel e nel sito di Camillo Bella.
Pasquale Licciardello

lunedì 6 giugno 2011

FREGOLI IPERBOLICO

E’ vero che il soggetto in campo non ha più di quattro-cinque accordi musicali nella sua cetra vagamente neroniana, ma ciò non gli impedisce di recitare più ruoli, e insomma più figure della comicità classica, come un Fregoli forse più modesto ma anche meno scrupoloso nell’utilizzo delle iperboli, perciò eccessivo. Insomma, iperbolico, appunto. “Ripassare” un florilegio delle sue battute ci consentirebbe soltanto una conferma di quanto sappiamo da quel 1994 che segna l’inizio dell’ultima (per ora) recita tragicomica della nostra storia nazionale, regionale, comunale: molta enfasi, pochi fatti a riscontro, troppi  “malfatti” nel realizzare i liquidi progetti. E via lacrimando. Che almeno un po’ di lacrime siano da risate, e sia pure in larga parte amare. Ma con quel correttivo di gocce sadiche che ti aiuta a campare nel peggiore dei mondi possibili.
         Il Corsera  del 10 aprile offre ampi servizi sul Pdl e il suo “travaglio interno”, rievocando un incontro sui generis, vale a dire tra ministri cofondatori “autoconvocati” in un bel ristorante di via Veneto (a tavola ci si intende meglio!) per affrontare una spinosa tematica: le imminenti elezioni regionali e coda, la crisi del partito, scosso da ambizioni divergenti da frenare (formazioni di “gruppi” al suo interno, casi Scajola e Miccichè, per esempio), la parte di programma ancora in fasce o in itinere (riforme: Giustizia, Costituzione, Fisco). Il titolone include già un paio di iperboli riferibili al soggetto: Berlusconi, il giorno dello sfogo: vorrei più calore ma vado avanti. “Mi azzannano da tutte le parti. Su Mondadori, una rapina a mano armata”. Ecco come il premier presenta la rivoluzione giudiziaria: “Dobbiamo abolire i partiti all’interno della magistratura e dovranno assumersi le loro responsabilità quei giudici che sbagliano e che non pagano mai”. E siamo nel corpo della prima iperbole (segnalarla qui, non implica – ripetiamo -- alcuna santificazione della magistratura in blocco). Focalizzata l’iperbole, emerge contestualmente la maschera del Fregoli: il Perseguitato. La seconda iperbole: riformare anche “la Corte costituzionale, che da organo di garanzia è diventato un organo politico che boccia le leggi impugnate dai magistrati di sinistra”. Incollata all’iperbole sfolgora la figura del Riformatore patriottico. Seguono pensierini arsenicati per Fini e Casini: del primo ricorda le critiche e finge un gioioso “finalmente” (“finalmente se n’è andato”) legittimando così una serenità forzata. Anzi finta e recitata. E sparando la terza iperbole da fantasioso falsario: “Finché è stato con noi non è stato possibile fare la riforma della giustizia perché c’era un patto tra lui e il sindacato dei magistrati che gli garantivano protezione mentre lui garantiva che non sarebbe mai passata dalla Camera una riforma sgradita ai magistrati”. Concede, in tal modo, alla platea un sorriso-battutina: “cofondatore”, lui? Ma via, gli si adatta meglio una qualifica demolitoria! “Fini sarebbe stato un coaffondatore”. Eccola qua la terza figura fregoliana: l’inquisitore-risanatore. Quanto a Casini, “quali argomenti potrà tirare fuori per spiegare l’alleanza con i comunisti”! Come se l’alleanza fosse già una florida pianta e non il seme di un personale sospetto (tra l’altro,molto semplificatore). Altra iperbole fa capolino da quei “comunisti”, dei quali si avverte appena il profumo di un residuo lontano, ma che il Cavaliere da tre lustri e passa si ostina a gonfiare in oscura realtà sparsa fra tutte le modestissime sinistre moderate della Disunità d’Italia (lucido titolo di Giorgio Bocca). La quarta figura “leopoldina” (Leopoldo è il nome di Fregoli) è il Civilizzatore dalla barbarie comunista. Il finale, poi, è da perfetta farsa. Lui che, azzannato “da tutte le parti”, si rivolge al buon dio come un bambino smarrito nel buio: “Al buon Dio chiedo di dare uno sguardo dall’alto perché abbiamo bisogno di lui per riuscire”. E il solito cretinetti a gridare: “Silvio subito santo!” Battuta scherzosa? Ammesso, ma anche da una battutaccia fa capolino la fisiologia (altri dica pure indole) dell’autore. Che nella vasta cerchia silvana è soverchiamente della qualità più diffusa da madre natura, come dire: della più grezza, rozza, acquistabile al mercato mammonico-carrieristico. In sintesi, fregoliana. Come recita il proverbio popolare, dio li fa e tra loro si accoppiano.
         Segnalare, qui, l’intera gamma delle sue avatar esemplificando ci porterebbe troppo lontano: basti, dunque, un assaggio e qualche esempio e caso più sonoro o clamoroso che dir si voglia. Il che impone di cominciare dagli ultimi exploit, e dunque dal G8 di Deauville, dove l’immaginifico (così poco dannunziano) accosta il presidente Usa Barak Obama, che, seduto, lo vede inchinarsi su di lui, aspettandosi chissà che clamoroso messaggio, e si sente blaterare, senza capire, questa buffa “rivelazione”: “l’Italia è dominata da una dittatura giudiziaria”. E chiarisce nei dettagli a modo suo. Il silenzio dello smarrito presidente oltremarino è un nodo di perplessità che non stoppa l’originalissimo riformatore in rebus della prassi diplomatica. Tanto vero che replica: dopo il numero Uno della massima potenza occidentale è la volta del suo equivalente sul firmamento orientale: e il povero Medvedev riceve analogo messaggio: “la patologia della nostra democrazia”, guastata da questa laida dittatura dei procuratori. Ma non soltanto ai due massimi leader ha rivelato tanta sconcezza, anzi si vanta di averne parlato “a tutti i leader, qui e anche prima di qui”. Quinci prendiam gli auspici, per dirla col poeta: questo aspirante martire del sommo Dovere (salvare la patria) non si dimetterà, assicura, neanche se il responso delle urne al ballottaggio fosse punitivo per la sua loquacissima arroganza assediata dalla monnezza pluriversa: “Lo escludo nel modo più categorico”. Il perché è esplicitato in questo titolone della Repubblica (28 maggio): Berlusconi: “La crisi è esclusa, resto finché non riformo la giustizia” “E’ patologica, l’ho detto a tutti. La stampa si vergogni”. Il ruolo-recita di moralizzatore riformista è il più comico del suo fregolismo ciarlone. Lo scontro con i giornalisti “di sinistra” (in particolare quelli del suo tallonatore inflessibile, idest “la Repubblica”),  segna culmini di quella comicità fregoliana. L’incipit dell’articolo sotto quel titolo è sobriamente incisivo nella competente resa comica: “La mandibola è serrata, lo sguardo irato, ‘Vergognatevi’ urla ai giornalisti”, l’occhio severo puntato su quello di Repubblica (“che gli aveva rivolto una domanda”), “rei di non scandalizzarsi ‘di fronte a 24 accuse cadute nel nulla’ e colpevoli anzi di ‘amplificare’ le notizie dei suoi processi ‘quando avete avuto per 24 volte la prova che le accuse contro di me erano infondate’”. Segue un commento al peperoncino: “Si spengono le luci su un G8 che ha impegnato sette leader a discutere dei problemi del mondo – dalla Libia al nucleare – ma che per l’ottavo, Silvio Berlusconi, è stato soprattutto un palcoscenico per mettere in scena la sua personale battaglia contro la magistratura. Il tavolo del G8 come ‘Porta a Porta’, usato per lanciare messaggi da campagna elettorale”. Altre esternazioni del Fregoli gasato. Alla conferenza finale del G8 legge un testo in cui si dice, tra l’altro, che non ha nulla di cui pentirsi, anzi rivendica l’onere e l’onore di aver denunciato a Obama che in Italia c’è “una dittatura dei magistrati di sinistra”. Altro che pentimento, qui siamo al merito di una medaglia patriottica: “E’ un mio preciso dovere istituzionale, ogni volta che incontro capi di Stato e di governo, spiegare loro quale sia la situazione in Italia, su vicende che potrebbero minare la credibilità di chi rappresenta il Paese”. Cicero pro domo sua insomma. E ripete la denuncia su una presunta “situazione non più tollerabile di interferenza di alcuni magistrati”. Così sarebbero “venuti meno quei bilanciamenti che erano previsti dalla nostra originaria Costituzione”. Queste canaglie di giudici, secondo la fantasia sfrenata del premier, sarebbero all’origine della caduta del primo suo governo (in realtà fu la Lega che gli voltò la faccia) e di Prodi nel 2008, eppure, scandalo degli scandali!, “non sono mai stati riconosciuti colpevoli”, questi sovversivi; “né tanto meno sono state sanzionate le loro responsabilità.”  
Quest’uomo che ha preso la maschera di tante professioni, che è stato “canzonettista” di bordo, mediatore di molteplici affari, costruttore di successo, ingordo impresario televisivo, politico improvvisatore, eccetera, senza lasciarsi assorbire professionalmente da nessuna, ubriaco di miliardi e di imbrogli, recita con più ostinato impegno un ruolo preferenziale nell’improbabile maschera della vittima giudiziaria. Ne è così preso che, come accade ai malati di fregolismo della versione sindrome di Capgras, è portato a vedere negli altri dei sosia di tutta fantasia: sosia personali, anche nei più lontani dalla sua faccia e faccia-tosta; o dei suoi intimi (amici, servi, dipendenti di vario rango). Così accade che stenta a credere a un’opposizione leale, fosse pure del più fulgido custode dei suoi interessi materiali o morali. Li vorrebbe tutti dello stesso stampo, simili ai lui, cioè gratificati dalla buona sorte dei suoi istinti istrionici e delle sue inclinazioni truffaldine. Eccolo, così, vedere nel consiglio benevolo la maschera dell’interesse personale. Fini lo criticava? Complotto, cortigiani, vil razza dannata! La gentile magistrata Daniela Melchiorre, dopo tre giorni di sofferta riflessione, lo ha piantato, rinunciando al seggio di sottosegretaria e dandone come motivazione “le incredibili esternazioni del presidente del Consiglio contro i magistrati all’incredulo presidente Obama”. Né manca di sviluppare la sua motivazione. Ma subito scatta la “risposta” del gregge più fedele al capo, ripetendone il giudizio o anticipandolo in parte: si è dimessa perché aspirava e sperava un ruolo di viceministro. Intervistata da Monica Guerzoni per il Corsera, con una grandinata di domande incalzanti che scavano su questa insinuazione, la Melchiorre si difende con piglio deciso: “Assolutamente no. Mi sono dimessa perché ho fatto il mestiere di magistrato con orgoglio e con onore. Pensavo di poter dare al governo il mio piccolo contributo, invece ho capito di essere incompatibile”. Domanda: “I suoi ex colleghi di maggioranza dicono che la nomina a sottosegretario le stava stretta”. Risposta: “In un Paese in cui l’istituto delle dimissioni non è contemplato, ho fatto un gesto forte, un gesto di dignità. E chi non è abituato ad avere a che fare con una donna con le palle gioca a massacrarmi”. Non conosceva l’avversione del Cavaliere per i magistrati? Come ignorarla? Ma da questo a quanto accaduto ci corre: la chiarificazione comincia quando il Fregoli seriale paragona i magistrati a “un cancro da estirpare”. Allora spiega la Monica schietta e poco monaca: “Come potevo immaginare che Berlusconi sarebbe arrivato a tanto? Quel che ha fatto davanti a Obama e ai grandi della Terra è inaccettabile, incredibile. Che tristezza, che desolazione”. Altra accusa alla è di essere stata un’inquieta transumante da un pascolo all’altro; lei respinge l’accusa: “Questi sei passaggi di cui si parla non ci sono mai stati. Io sono sempre stata liberaldemocratica e sono orgogliosa della nostra piccola forza piena di dignità. Non accettiamo analisi del sangue, la nostra posizione non è mai cambiata”. Ma il pastoso Rotondi promette di rivelare una meno nobile verità del caso. Chi fa uno sberleffo al Cavaliere ci è simpatico al punto che ci schieriamo d’istinto con l’autore: potremmo sbagliarci? Non è escluso, ma fino a prova contraria, crediamo alla donna con le palle. Giusto, come la seconda faccia dello scudo, la cui prima è l’antipatia per gli uomini senza, come la gran parte dei berluscones di fanteria.
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Siamo al dopo ballottaggi, maggio si affretta a chiudere bottega, nel mondo politico fermentano forti emozioni, nel pantano arcoriano si tenta di nascondere la paura di essere respinti nell’ombra dell’anonimato insignificante: quale maschera tira fuori dal pingue e variegato “cappello” il trasformista di Arcore a ridosso della sonora sventola appioppatagli dal “popolo sovrano”, suo custode, suo legittimatore, suo alibi sempre invocato a coprire le troppe défaillances? Niente di più e niente di meno che quella attesa da chi ha imparato a conoscerlo lungo questi anni di politica viziosa: minimizzare celiare invocare il futuro. Insomma, la maschera fregoliana dell’ottimista inaffondabile. Minimizzare: “E’ solo un gol, la partita continua”. Inutile fargli notare che perdere Torino al primo turno e Milano al ballottaggio, affondare a Napoli con quel uppercut sferrato da De Magistris al suo rivale, azzopparsi a Bologna, essere sfrattato da tante altre città di alto e medio peso non invita alla metafora del singolo goal: don Leopoldo è troppo abile nel suo mestiere per rinunciare alla maschera della battuta: “Dovevo fissare la data del mio funerale, ma sono troppo occupato, non ho tempo per farlo”. Ha voglia Bersani di gridare, in coro con Prodi: “Via il premier, non ha più maggioranza”: il premier non ci sente da quell’orecchio. Tanto meno pensa di prendere sul serio analisi demolitrici come l’editoriale di Ezio Mauro, che riassume già nel titolo un contenuto minuzioso e tutto plausibile. Eccone qualche passo e frase. Cominciando dal 1° capoverso. “Da Milano e Napoli, con percentuali che soltanto un mese fa sembravano impossibili, l’Italia dei Comuni manda un chiaro segnale a Silvio Berlusconi: è finito il grande incantamento, il Paese vuole cambiare […] Nell’ Italia pasticciata di questi anni, il voto fa chiarezza perché è univoco”. E’ “patetico” il tentativo di scaricare la responsabilità sui candidati, dopo averli approvati, caricati, aizzati “mettendo a ferro e fuoco la campagna elettorale”. Tante lezioni emergono dalla punizione elettorale del Cavaliere: che le lusinghe miracolistiche, i condoni immorali, le sanatorie velenose per il territorio eccetera non bastano più. La lectio magistralis di questa scivolata è che non ci sono più garanzie blindate per l’avventuriero. Non c’è sorpresa nella sua prevedibile spocchia, nel suo pretendere l’indistruttibilità politica: “Quando perdo divento più forte”. Tanto meno nella sua refrattarietà a moniti e impliciti “consigli” come il seguente: “Non si può guidare un Paese, dopo avere ottenuto il consenso del suo popolo come se si fosse all’opposizione di tutto, lo Stato, le sue istituzioni, i suoi legittimi poteri”. E’ ovvio, perciò un giudizio come il seguente: questo “estremismo ideologico sta perdendo Berlusconi”.
Milano e Napoli: due sconfitte brucianti per il Pdl: quel “45 per cento” lasciato da Pisapia al sindaco uscente; quel 65,4 del De Magistris a Napoli sono i fendenti più umilianti per la baldanza pidiellina diffusa e per il suo leader tuttofare, drogato di iperfiducia nella sua buona stella. Seguirà la resa dei conti. Quanto ai menagramo, ai notomisti del capello che fremono di pessimismo sulla vera vittoria, che non sarebbe dell’intera sinistra ma solo delle sue ali estreme, be’ lasciamoli sfogare. Come si concede sulla Stampa Luca Ricolfi, col suo editoriale Il vincitore nascosto delle elezioni, dove l’esibizione di un acume da monsieur le vivesecteure laboriosamente arriva a questa deludente conclusione: non il Pd ha vinto, ma gli estremisti della  critica globale, i Vendola, i Di Pietro, e magari anche il chiassoso Grillo mai contento (“Ha vinto la pisapippa”!). Come fare un governo con questa compagnia indocile? E se l’euforico Nichi si lascia sfuggire incauti urli di gioia del tipo “abbracciamo il fratello musulmano, il fratello rom!” ecco che i mai-contenti ci ricamano sopra. Tanto da indurre l’impulsivo ragazzotto a fare dietrofront e chiedere scusa per la gaffe che gli sconfitti destrini brandiscono a vessillo di conferma del loro preveggente zelo patriottico, mal compreso, ahimè, dal loro “tradizionale” elettorato. Se, poi, il fronte dei mezzo-contenti sale alla serietà accademica, ecco una puntigliosa disanima tecnica del contesto regionale italiano, targata Daniele Marini, che dimostra la scarsa, e quasi nulla, comprensione di quel contesto da parte dell’euforica alleanza di centro-sinistra. Ecco un incipit che intona brontolio di tuoni critici: “Il centrosinistra esalta per le vittorie conseguite, soprattutto per la rivincita nel Nord, fino a pochi giorni fa considerato inespugnabile. Territorio dove in particolare la Lega aveva saputo raccogliere consensi, interpretarne le esigenze. E’ in atto, dunque, un’inversione di tendenza effettiva? Il centrosinistra può ritenere di essere riuscito a intercettare effettivamente le istanze del Nord?” Si auto-risponde l’accademico autore con felpato problematicismo di vetrina: “E’ difficile dare una risposta certa, ma considerando i primi dati sui flussi di voto e la storia recente, qualche cautela è d’obbligo” (L’agenda politica del Nord
 ,  La  Stampa, 3  giugno). Nel decorso della riflessione quella “qualche cautela” si gonfia ad analisi accurata e puntigliosa sulla realtà di un Nord plurale e differenziato, alle cui “questioni fondamentali” “il centrosinistra non sembra avere ancora offerto risposte chiare”. Cioè, aderenti alla realtà economica dei territori, densi di variamente piccole e medie industrie bisognose di soccorso fiscale, bancario e ambientale (a fronte di una concorrenza globalizzata), cui nessuno ha ancora messo seriamente mano. Analisi tutt’altro che da oziosa vetrina narcisistica, e consigli del pari degni di meditazione, ma anche sospettabili di eccessiva sfiducia in questi leader vincenti che è pur sempre doveroso attendere alla prova dei fatti. Lasciandogli godere un po’ questa gioia da astinenza protratta.
         Personalmente, se ne avessi l’autorità, qualche dimesso consiglio lo arrischierei in quella direzione. Non sullo specifico dell’economia, come si vede, ben curato dall’attenzione degli esperti, quanto sul tema della sicurezza ambientale. Insomma, del non piccolo problema della malavita organizzata, inserita fin troppo sfacciatamente nel tessuto economico del territorio, con scarsa differenza tra Nord e Sud, visto che a quest’ultimo è stato lasciato, in decenni di attenzione parcellare, quasi libero passo nella contaminazione del suo tessuto produttivo e mercantile in tutte le sue componenti di buon appeal.  Discorso attinente in modo speciale al caso Napoli (e regione): De Magistris è giovane, onesto, vigoroso, tenace, qualità eccellenti per una incisiva esperienza di governo di qualunque ampiezza. Sarà avvicinato, magari in modi così coperti da sfuggire di primo acchito alla media penetrazione “radiografica”. Una minuziosa analisi può scoprire la malizia anche meglio nascosta: cosa fare? In questo preciso istante mi si è accesa nella malconcia memoria la nobile figura di Libero Grassi: ecco un modello. Ma da imitare fino a qual passo e punto? Si vuole dire: che cosa fare e non fare per evitarne la sorte tragica (visto e considerato che un valoroso vivo è sempre meglio di un eroe morto e molto celebrato. Negarsi, denunciare, informare e attivare le forze dell’ordine, eccetera: questo sarà necessario. L’appoggio dei giovani conta. La rettitudine delle divise - carabinieri, polizia di Stato e locali – è indispensabile, ma purtroppo non assolutamente garantita (checché ne dica la retorica d’obbligo). La scorta balena all’orizzonte come una necessità non trascurabile. Come pure la vigilanza personale. Due esperienze di centro sinistra hanno palesemente deluso: Bassolino e la Jervolino, due volte governatore della Campania il primo, e altrettante sindaco l’altra. Et altro non ci appulcro. – a dirla col Poeta. Non gradiremmo una terza esperienza comparabile.
         Tornando al Trasformista (per un breve congedo), che dire? La ripetitività è il suo destino: anche nel passare da una recita all’altra del folto repertorio fregoliano. Ha fatto caciara contro i media avversi, ha criminalizzato Annozero, non esitando a dichiarare che trasmissioni come quella non ce ne devono essere più, non accarezza neppure Ballarò, e prende a calci di male parole quasi tutti i giornali, esclusi i suoi e qualche spalleggiatore più o meno strabico (a suo favore). Che resta da commentare in tanta ripetizione di recite successive? Limitiamoci agli ultimi eventi interni di quel cosmo-caos. Angelino Alfano segretario del Pdl. Eletto all’unanimità. Evviva. Si attendono mete prodigiose. Ci si può chiedere “chi ne dubita?” Come no, se nella risposta formicola un prurito di sottintesi che fan capolino a mezze parole e a interi “sì, però”. Rivolti al futuro, sia pure, ma un futuro incalzante, tutt’altro che da calen- de greche. Dice il ministro “responsabile” Romano: “Scelta azzeccata, ma ora prioritaria è l’azione dei governo, serve impegnarsi su fisco e Sud”. Altro assenso condizionato, quello del non meno “responsabile” Pionati: va bene Angelino, “ma ora il Pdl va rifondato alla radice”. Il giovane ministro sudico Fitto trova “una grande opportunità nella svolta generazionale”, ma aggiunge: ora, però, “rimbocchiamoci le maniche”. La meno diplomatica è la Mussolini: “A me Alfano va benissimo, ma non è possibile sceglierlo di notte a palazzo Grazioli, serve un congresso”. E così via. Un via in cui soffrono di impazienza vari nomi di spicco, da Scajola ad Augello, dal ciellino Lupi (che annusa già la poltrona sgombrata da Alfano) al ciellone Formigoni. Questi in rotta di collisione con Tremonti, cerbero dei conti, che il Figlio di Maria vorrebbe meno correnti e più corrivi (“la gente di tasse e di controlli non ne può più”) e che diamine! Tremonti si sente invitato a pranzo, e scaglia una delle sue risposte al curaro: “La mia gratitudine a Formigoni è pari alla sua amicizia”. Che giocherelloni!
         E pazienza se il mondo va avanti per conto suo, con i suoi disastri, le sue guerre, le stragi da fame, le barcone di migranti in fondo al mare e gli occupanti in bocca ai pesaci, e che miracolo quando se ne recuperano i corpi. Va avanti anche la follia del nucleare difeso a spada tratta e mente offuscata da fior di esperti (perfino dal venerando Veronesi, perfino dal nipote di Fermi, e in Annozero senti i devoti di sant’Atomo sciorinare numeri e confronti da manicomio, e soprattutto mostrare una totale impermeabilità allo strazio di bambini morsi dal cancro da radiazione a Chernobyl e nel Giappone. E ora, ultima grazia, l’escherichia coli mutante che da innocuo frequentatore delle nostre viscere diventa un killer infernale. Ma di questo, se Thanatos concede una dilazione, nel prossimo futuro.
Pasquale Licciardello